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Editoriale – Un Frosinone così tignoso ci rende ancora più malinconici

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Editoriale – Un Frosinone così tignoso ci rende ancora più malinconici
06 Dicembre
16:12 2020
Finalmente il vero Frosinone!

Finalmente una reazione d’orgoglio, una prova con “tigna e sudore” che i tifosi aspettavano da tantissimo tempo. Ieri nel secondo tempo contro il Chievo Verona si è visto il Frosinone che ai supporters giallazzurri mancava da tanto tempo, una squadra che ha ritrovato il DNA che da sempre la contraddistingue, specialmente nei successi arrivati dal 2013 in poi.

Gioco magari non brillantissimo e spettacolare ma la voglia di arrivare sempre per primi sul pallone, di strappare la sfera dai piedi dell’avversario e di attaccare la porta a testa bassa, con il massimo della velocità e delle determinazione. Un Frosinone che in quel secondo tempo avrà sicuramente strappato un sorriso ai suoi tifosi, anche in questi momenti difficili.

Però è innegabile che le emozioni di ieri siano state ovattate, quasi anestetizzate nell’essere vissute da lontano, divisi. Una prestazione come quella di ieri, seppur renda felici dal punto di vista sportivo, genere anche ulteriore malinconia. Sì, perché non averla potuta vivere allo stadio lascia un senso d’incompiutezza, quasi come se non fosse successo davvero. Non si può fare a meno di pensare a come sarebbe stata una partita del genere sugli spalti del “Benito Stirpe”. I mugugni (giustificati) per i primi 40 minuti, le critiche a Nesta per il gioco con 16mila aspiranti allenatori, tutti con idee diverse, poi un sorrisetto sulla rete di Ciano a dare speranza, anche se nell’intervallo avrebbe prevalso comunque la scaramanzia e nessuno avrebbe detto di crederci. Poi il pareggio di Novakovich e da lì siamo sicuri che il sostegno sarebbe stato incessante, lo stadio sarebbe diventato davvero il dodicesimo uomo in campo per trascinare la squadra a completare una incredibile rimonta. Ci saremmo compattati, stretti ancora di più, mentre in realtà siamo costretti, per il nostro bene, a restare distanti, ognuno nel salotto di casa. E alla fine ci sarebbe stato un urlo liberatorio, seguito da una serie di abbracci. E dopo il ringraziamento dei giocatori ce ne saremmo andati tutti a casa, magari facendo prima una tappa al bar, per festeggiare ancora. Scene che appaiono pura utopia al momento.

Il rimontone alla fine c’è stato lo stesso, anche senza la spinta dello Stirpe, ma vuoi mettere con la possibilità per ognuno d’intestarsene un piccolissimo pezzo di merito? Che prezzo ha la sensazione di aver dato un contributo alla formazione delle tua città in un’impresa così grande? Domande retoriche, di cui tutti conosciamo la risposta.

La prestazione è stata comunque una di quelle che racchiude in sé l’essenza di un popolo che non molla mai, anche di fronte alle difficoltà. La squadra ha regalato ai suoi tifosi l’ennesima gioia ma non averla potuta condividere fisicamente le toglie un po’ di valore, inutile negarlo.

Intendiamoci: si parla sempre di sport e lo stadio è una privazione leggerissima di fronte alla sofferenza di chi si ritrova senza respiro o perde un proprio caro. Però la gioia negata ieri è un’altra delle cose che questo maledetto virus ci ha tolto. Magari meno importante di altre, ma comunque l’ennesimo simbolo (se ce ne fosse stato ancora bisogno) di un anno diverso dal solito. Triste, tanto.

 

Roberto Caporilli

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