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Calcio – INCHIESTA “Volevo i miei scarpini sporchi”, presidenti e direttori affaristi seriali

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Calcio – INCHIESTA “Volevo i miei scarpini sporchi”, presidenti e direttori affaristi seriali
20 Aprile
20:00 2019
(di Anna Ammanniti) Nella quarta puntata dell’inchiesta “Volevo i miei scarpini sporchi”, esprime  il suo parere uno dei preparatori dei portieri più quotati della provincia di Frosinone, ma per motivi personali ha deciso di restare anonimo.

In Italia è ormai diventata una moda quella di portare i figli in una scuola calcio, anche contro la loro volontà, anche se non hanno le capacità giuste per giocare a calcio. Una volta la selezione la facevano i bambini stessi giocando per strada, quelli che non erano bravi a lungo andare si rendevano conto che erano esclusi e cercavano altre strade, altri sport. Oggi c’è lo scudo dei genitori, che impedisce molto spesso ai ragazzi di cercare le loro naturali inclinazioni, in ogni campo. In pratica il fatto stesso che i genitori paghino, dà loro il diritto di scegliere per il figlio. Di questa situazione hanno ovviamente approfittato subito i “direttorini” delle scuole calcio e dei settori giovanili sia dilettanti che professionisti, i quali hanno intravisto la possibilità di decuplicare i guadagni e quindi hanno venduto la storiella che tutti possono giocare a calcio: è come se nella vita di tutti i giorni qualcuno dicesse: “Tutti possono essere scienziati”. Per me tutti hanno diritto di giocare al calcio, di provare, ma non tutti ne hanno le capacità.  I genitori, sempre dall’alto del loro diritto di interferire perché pagano, ritengono quindi giusto lamentarsi continuamente con i responsabili e gli addetti che si occupano del loro figlio perché “Non gioca, gioca un minuto meno degli altri, gioca in un ruolo non suo, non si trova bene con i compagni di squadra, le trasferte costano troppo, il mister non è capace, ecc.ecc.”. Prima se meritavi giocavi, se non meritavi o stavi a casa o in panchina, già dalla scuola calcio; oggi invece, siccome tutti devono giocare lo stesso tempo, non si può più fare differenziazione in base al comportamento, al rispetto delle regole e dei compagni, alla presenza negli allenamenti. Quindi si crea un circolo vizioso in cui i genitori diventano allenatori e gli allenatori hanno grosse difficoltà  a gestire tale situazione…di tale situazione approfittano ovviamente i dirigenti, cioè  i famosi “direttorini”, i quali da una parte incassano, dall’altra hanno il motivo per sottopagare gli allenatori, soprattutto quelli qualificati, i quali si devono adeguare alla miseria che gli viene data rispetto alle responsabilità che hanno, perché in definitiva per quelle due ore i genitori affidano i figli a questi tecnici confidando nelle loro capacità  tecniche e umane, ma i “direttorini” fanno un duplice discorso: a chi è  qualificato dicono che gli danno lo stesso che a un tirocinante; a un tirocinante o a un non qualificato dicono che viene pagato di meno perché  ci sono quelli qualificati e loro devono fare la gavetta. Questa è solo una premessa, perché alla fine di tutto c’è la centralità del ragazzo, la sua crescita tecnica, ma anche fisica, mentale e umana. È in un clima del genere si ottiene la decrescita, attuata anche nel voler per forza anticipare i tempi di crescita, facendo giocare sotto età, oppure selezionando in base a criteri soggettivi, in genere quasi mai frutto di un lavoro di confronto, ma di una decisione unilaterale. Oppure sono frutto di una decisione presa in base alla situazione economica familiare, perché le famiglie più abbienti possono pagare di più. Oppure vengono prese perché la famiglia ha portato uno sponsor, quindi entrata di soldi…a livello tecnico, occorre dire che in quasi tutte le società non c’è mai un confronto tecnico tra gli allenatori, in quanto i tecnici a mio avviso si dividono in 8 categorie:

  • Tecnici qualificati, aggiornati costantemente non solo a livello tecnico, ma anche psicologico e alla costante ricerca di miglioramento
  • Tecnici qualificati, che per il solo fatto che hanno un patentino, non si aggiornano e sanno poco o nulla, arrogandosi il diritto di sapere più degli altri e sono abili manipolatori a parole.
  • Tecnici non qualificati, competenti e sempre aggiornati, costretti ad accontentarsi di essere paragonati ad altri, nonostante i risultati.
  • Tecnici non qualificati, che sono anni che non si aggiornano e che fanno sempre le stesse cose, non accorgendosi che il calcio è in continua evoluzione; ma i “direttorini “scelgono loro perché preferiscono la riconoscenza alla competenza.
  • Tecnici non qualificati, incompetenti e non aggiornati, pescati per strada o tra i genitori all’ultimo minuto, pur di non pagare troppo.
  • Tecnici raccomandati da qualche responsabile, non per capacità, ma per amicizia.
  • Tecnici imposti dagli sponsor.
  • Tecnici parenti dei “direttorini “.

 

Da questo si evince che finché la Federazione non interverrà a livello di controlli sull’operato di ogni singola società la situazione non migliorerà mai, anzi peggiorerà perché i famosi “direttorini” ormai sono capaci di aggirare in ogni modo le normative e le regole perché io da quando alleno non ho mai visto nessuno della Federazione che venga a controllare l’operato degli addetti ai lavori, anzi se anche vengono, avvisano prima in modo che ci si prepari. Il fattore stimolante dovrebbe essere lavorare con i bambini, ma un pò come a scuola non viene riconosciuto il merito a livello economico e di risultati e così si crea un appiattimento che va a danno dei ragazzi, i quali non sono preparati ad affrontare il mondo dei grandi. Quindi nel passaggio dalla scuola calcio al settore giovanile c’è un altissimo tasso di abbandono, anche di giovani calciatori bravi, i quali visto l’ambiente, rinunciano e si dedicano ad altro. Il discorso sarebbe lunghissimo e mai esauriente, ma mi fermo qui.

Per quanto riguarda cosa dovrebbe fare un mister di fronte alle pressioni dei genitori, a cominciare dalla scuola calcio si dovrebbero stabilire regole chiare e valide per tutti: presenze agli allenamenti, disponibilità a fare tutte le partite, non solo quelle dove i figli possono mettersi in vetrina, selezionare i ragazzi per capacità  laddove possibile, evitare di far giocare le partite bambini con più di due anni di differenza, educare i genitori a non dare consigli tecnici, a incitare il proprio figlio o la propria squadra, anziché  tifare contro gli avversari, educare i genitori a far imparare ai propri figli che sono loro che devono risolversi da soli i problemi,  con l’aiuto dei tecnici in campo; e ultimo, ma non ultimo, educare i genitori alla sconfitta. Ma la cosa più importante sarebbe non scendere a compromessi, invece accade quasi sempre il contrario. Non esiste il vademecum del buon allenatore, ma esiste il vademecum sul come adottare determinati accorgimenti per evitare problemi alla società e ai ragazzi. Questo vademecum prevede una sola cosa: il buon senso!

Ed è una dote rara tra gli allenatori, soprattutto manca in quelli che non sono preparati né a livello tecnico né a livello psicologico.

Riepilogando abbiamo:

  • Presidenti e direttori sportivi affaristi e lucratori seriali
  • Strutture e materiali fatiscenti, oppure inesistenti per la maggior parte
  • Allenatori non qualificati per la maggior parte e sottopagati tutti (anche quelli qualificati)
  • Genitori che pagano e fanno continue pressioni su tecnici e dirigenti
  • Federazione inesistente, soprattutto alla base

Ne consegue che ognuna di queste componenti dipende dalle altre e quindi sj crea un circolo vizioso: questo fa sì che la materia prima di questo gioco, cioè i bambini e i ragazzi crescono in maniera errata e alla fine abbandonano sul più bello.

Anna Ammanniti

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