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Calcio – INCHIESTA “Volevo i miei scarpini sporchi”, intervista a Lucas Gatti

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Calcio – INCHIESTA “Volevo i miei scarpini sporchi”, intervista a Lucas Gatti
07 Aprile
13:31 2019
(di Anna Ammanniti) La seconda puntata dell’inchiesta, vede protagonista un calciatore con un cognome importante, Gatti, Lucas figlio di Hugo portiere icona del calcio argentino negli anni ’70.

Durante la sua carriera da calciatore, Lucas Gatti ha giocato in Argentina, Scozia, Spagna. Da tecnico Uefa A ha allenato anche in Italia. Proprio nel Bel Paese negli ultimi anni non ci sono più talenti come Baggio, Del Piero, Totti, l’Italia nel 2018 è stata addirittura esclusa dalla competizione mondiale. Tutto nasce dal settore giovanile e ne parliamo con Lucas Gatti. “GIOCARE, IMPARARE E DIVERTIRSI”.

Parliamo di settore giovanile agonistico e di allenatori

Innanzitutto, bisogna chiarire che parliamo di un gioco. Il calcio è un BUSINESS, è anche uno SPORT ma, prima di tutto, parliamo di un GIOCO. Un gioco che viene utilizzato per il “business” dove, lo stesso bisogno immediato di “business” rovina il gioco, insieme alla sua capacità formativa di persone e di conseguenza di giocatori. Gli allenatori (in generale) sono vittime-complici di tutto questo sistema malato. Un allenatore a quelle età formativa di base (ma anche in Serie A), dovrebbe essere un formatore prima e un allenatore dopo. Se non insegni … cosa alleni? Gli “allenatori” del settore giovanile che vogliono usufruire dei “risultati” del settore giovanile per arrivare ad “alti” livelli, sono complici e parte dello stesso sistema malato che poi, alla fine, finisce per mangiare a loro stessi.Ma l’allenatore è anche una vittima di società di calcio che esonerano allenatori perché perdono quattro partite con i Giovanissimi o gli Allievi. Una follia assurda. Quindi, se un allenatore del settore giovanile si concentrasse sul fatto che i ragazzi devono fare tre cose fondamentali… GIOCARE, IMPARARE E DIVERTIRSI la cosa andrebbe meglio e parleremmo di un sistema più sano. Ma, in nome di risultati (che poi neanche ottengono) gli allenatori, hanno bisogno per “aspirare” ad “altri” livelli, mischiato con società di calcio che ti mandano via se perdi tre partite …, giocare, imparare e divertirsi si traduce facilmente in obblighi, lavoro, competere senza conoscenze, noia e nervosismo. Non mi stupisce per niente il tanto abbandono del calcio da parte dei ragazzi. Non è più un gioco per loro. Ma attenzione, non possiamo neanche dimenticare quanto guadagna un allenatore a quei livelli. E questo è anche vero. Ma neanche possiamo pretendere di vedere allenatori ben pagati se non sono competenti.  Parliamo di un problema di sistema che sarebbe di facile soluzione se la Federazione e lo stesso Stato Italiano aprissero un VERO dibattito sull’importanza che ha questo gioco in Italia, del suo potere formativo e dei messaggi che diamo attraverso questo gioco. Mettendo qualche punto sulle “i” possono uscire fuori nuove forme di organizzare competizioni, nuove regole, nuove leggi, nuovi valori e, piano piano, fare del calcio un mezzo per avere una società più sana e anche un calcio più competitivo. Quindi gli allenatori del settore giovanile, più che “preparare” partite devono pensare a capire se questa è la loro vocazione anziché la loro “b” occasione” (per mangiare e basta). Poi, si dovrebbero costantemente capacitare evitando assolutamente di cadere nella tentazione di ripetere i messaggi nefasti che arrivano dalla serie A attraverso i media dove, il disprezzo per questo gioco, è sempre più presente. Allenatori e società portano, al calcio giovanile, le stesse parole e frasi inutili che sentono in TV la domenica creando una confusione totale in ragazzi, genitori e famiglie in generale. Ci sono quindi allenatori che vogliono salire di categoria usando i ragazzi ma che, allo stesso tempo poco capaci, società di calcio che ti “obbligano” a vincere ma che, allo stesso tempo, ti pagano niente e messaggi nefasti che provengono dai media e la Serie A, contaminando intere famiglie e ragazzi: questa è una veloce descrizione di ciò che accade.  Le cose fatte per semplice necessità portano poco di buono con sé. Il calcio italiano è pieno di necessità e urgenze, cominciando dalla Serie A. Queste urgenze calpestano ogni processo sano in cui, questo gioco, può essere un mezzo per formare, innanzitutto, persone e poi … calciatori. Tutti pazzi per il “business veloce” e la competizione ad ogni costo ma, si dimentica ciò che sta alla base … il calcio come GIOCO. Non è un caso che oggi vediamo tanti ragazzi che sono “molto forti” ma che non sanno giocare. Qualcosa che si trova alla base manca nel processo formativo.

Come deve reagire un allenatore davanti alle pressioni dei genitori?

Facile: educandoli. Gli allenatori del settore giovanile, supportati dalle loro società non solo educano e formano ragazzi … ma anche intere famiglie. Perciò, la prima domanda che deve farsi una società di calcio è “che messaggio vuole dare alle famiglie che vengono da loro?”. Prima di pensare quanto vogliono “prendere” dalle famiglie, dovrebbero pensare cosa OFFRIRANNO LORO alle famiglie. Avere sempre più ragazzi e più “quote” dovrebbe essere una conseguenza naturale di famiglie che si avvicinano, perché la società ha più che una “categoria” da offrire. Le società che hanno soltanto “categorie” da offrire, in realtà, non hanno niente da offrire. I genitori che prendono il sopravvento lo fanno quando nelle società non esiste capacità di stabilire regole chiare, supportate da valori, messaggi sani e capacità di pensare ai loro figli più come persone che come semplici “quote” e “categorie”. I genitori sono parte di questa società in cui oggi viviamo. Ma, anche loro possono formarsi insieme ai ragazzi se la società di calcio è sostenuta da valori e convinzioni forti che non dipendano da semplici risultati. Creare senso di appartenenza attraverso valori veri, convinzioni forti e competenze in ciò che si fa, aiuterà alle famiglie a formarsi insieme ai loro ragazzi in un contesto sano. Ma le società fanno fatica. Hanno troppa fretta e tutto si riassume nel messaggio nefasto e triste del “qui conta vincere e basta”. In un contesto sano questa frase sarebbe vietata. E oggi … siamo pieni di società di calcio che pensano così. La Juventus, per esempio, fa di questa frase il suo slogan. Uno slogan che crea urgenze, di cui questo gioco non né ha bisogno, tanto meno nel settore giovanile.

Esiste il vademecum del buon allenatore?

Si, e penso che è applicabile a qualsiasi livello e contesto. Un allenatore deve essere sempre, innanzitutto, un formatore, settore giovanile o Serie A. Tutti i giocatori devono imparare, sempre, sia i grandi che i piccoli, professionisti e dilettanti. Ma non solo, anche noi allenatori dobbiamo imparare ogni giorno. L’unica cosa che non ci abbandonerà mai è la capacità di imparare fino all’ultimo giorno della nostra vita. Poi, un allenatore deve fare le cose più per “essere” che per “restare”. Non si può cambiare chi si è in base alle urgenze e paure di essere esonerati. Questo è un gioco e i risultati non dipendono da noi, perché questo gioco appartiene ai giocatori. La crescita dei giocatori, si appartiene a noi, i risultati no. Non dobbiamo cadere nella tentazione di pensare che siamo più importanti dei giocatori, a qualsiasi livello, questo gioco appartiene a chi lo gioca. L’allenatore deve essere una persona credibile, soprattutto … quando perde! Se un allenatore riesce ad essere credibile nella sconfitta, non fallirà mai, anche se perde. Ti possono mandare via, esonerare, ma non fallirai mai se non perdi la tua credibilità. Ho sempre pensato che, se un allenatore dipende dal “vincere” per essere credibile, allora non è credibile. Queste caratteristiche sono, per me, la base di un buon allenatore.

Secondo te Italia esiste un sistema anomalo? Gioca chi è raccomandato e chi ha le qualità fa fatica ad emergere.

Ma è un sistema conseguenza di un modo di capire la vita in generale. Poi si arriva al calcio, come anche arriva ad altre attività. Viviamo in un paese in cui uno dei messaggi più presenti che arrivano dalla TV arriva in forma di domanda  “Preferisci giocare bene o vincere?” Come se si trattasse di una scelta legittima! Come dire nella vita: “Preferisci essere onesto o avere soldi?” Così viviamo, così formiamo, così giochiamo! I messaggi che escono da questo gioco sono molto pericolosi ma li abbiamo resi normali. Siamo abituati a parlare così senza nemmeno sapere cosa stiamo dicendo, né il messaggio che stiamo dando. Il calcio è pieno di frasi senza senso e tanti messaggi nefasti che ormai ripetiamo come se fossero normali. Qualsiasi cosa in nome del bisogno immediato. Tutti hanno urgenze, in questo contesto i processi sani non hanno spazio. Che poi giochi il “raccomandato”, che i genitori si menino, che i ragazzi non imparino niente, che siano nervosi e che ci sia tanto abbandono dal calcio por parte loro… è tutto una conseguenza naturale di due cose: Ivalori di successo” predominanti nella nostra società civile, sommato a un forte disprezzo per il calcio inteso come gioco.

Questa problematica l’hai riscontrata in altri Stati?

Io sono argentino e devo dire che i problemi del mio paese sono molto simili a quelli dell’Italia, anche perché siamo popoli molto simile. Noi siamo come voi anche se parliamo in spagnolo. Quindi, non è strana la similitudine e questa problematica è abbastanza diffusa. Certo, l’Italia come in Argentina, si trova con un problema di sistema di base dove, per risolvere la problematica, bisogna rimuovere abitudini molto radicate. In altri paesi vedo altre dinamiche simili ma che appartengono al mondo dei professionisti più che ai settori giovanili. Oggi, il problema del bisogno di soldi porta le società a dare i loro club a capitali e investitori stranieri che niente hanno a che fare con quella società, la sua storia o la sua gente. Capisco quanto è fondamentale una corretta gestione economica di una società di calcio, ma una società è legata alle persone del posto e alle loro storie. Nonni che andavano al campo con i padri, padri con i figli, un vero senso di appartenenza. Esistono vere storie di persone in torno a una società di calcio. Poi, per mancanza di capacità gestionale devono vendersi al primo che passa. Quello che passa investe per guadagnare (come è giusto che sia tra l’altro). Ma dimentica quelli che veramente sostengono quella società, la sua gente, il popolo. Loro sentiranno, in quel club, la loro storia. Gli investitori comprano oggi la Roma e, senza farsi nessuna domanda, domani comprano la Lazio, o pensano sia meglio comprare il Milan o l’Inter. Vedo che queste persone che comprano queste società dimenticano facilmente le storie di persone che sono cresciuti insieme a quei club, indipendentemente dalle categorie, campionati o giocatori. Così si creano spaccature fra tifoserie e società. Non possiamo dimenticare chi sostiene questo gioco. Lo sostiene l’illusione della gente, dal settore giovanile alla Serie A. Usarli soltanto per guadagnare mi sembra, a qualsiasi livello, un atto immorale e pericoloso per i messaggi che si danno. Vincere, lo vogliamo tutti e a tutti i livelli. Il problema è cosa facciamo per vincere, cosa distruggiamo per vincere! Alla fine, ogni anno vince 1 e perdono 19. Bisogna vedere che messaggio danno quei 19 che perdono.

Anna Ammanniti

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3 Frosinone 47 28 13 8 7 33 23
4 Pordenone 45 28 13 6 9 37 34
5 Spezia 44 28 12 8 8 40 32
6 Cittadella 43 28 12 7 9 35 32
7 Salernitana 42 28 12 6 10 36 32
8 Chievo Verona 41 28 10 11 7 34 27
9 Empoli 40 28 10 10 8 33 34
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13 Juve Stabia 36 28 10 6 12 35 43
14 Pescara 35 28 10 5 13 38 44
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16 Venezia 32 28 7 11 10 26 33
17 Cremonese 30 27 7 9 11 28 32
18 Trapani 25 28 5 10 13 31 52
19 Cosenza 24 28 5 9 14 29 35
20 Livorno 18 28 4 6 18 23 45