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Sora – Omicidio Samanta Fava, non tornerà mai più in carcere Tonino Cianfarani

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Sora – Omicidio Samanta Fava, non tornerà mai più in carcere Tonino Cianfarani
08 Novembre
09:57 2019

 

 

 

 

 

L’omicida di Samanta Fava, la 38enne di Sora uccisa nel 2012 e murata in una cantina di Fontechiari, Tonino Cianfarani, sconterà in via definitiva, a casa, in regime di detenzione domiciliare la condanna a 25 anni, per motivi di salute.

A stabilirlo il Tribunale di Sorveglianza di Roma che già aveva disposto la revoca del regime carcerario. Annualmente, però, il Tribunale di Sorveglianza farà visitare Cianfarani da una equipe medica. Quella rinnovata in questi giorni è la seconda autorizzazione che Cianfarani ottiene, tramite il suo legale, l’avvocato Ezio Tatangelo. La prima c’era stata nella primavera del 2016.
Le sue condizioni di salute non sono compatibili con il regime carcerario, ma dietro le sbarre il muratore di 45 anni c’era rimasto tre anni: dal 19 giugno 2013, quando fu arrestato, sino all’8 aprile 2016.
L’omicidio di Samanta Fava, risale al 3 aprile 2012, la donna era con Tonino Cianfarani a Fontechiari, a seguito di litigio fu massacrata di botte, morì e il suo corpo fu murato nella cantina dell’abitazione. Per oltre un anno le indagini della polizia, coordinate dal Pubblico Ministero della Procura di Cassino, il dottor Mattei, andarono avanti una soluzione. Poi nella primavera del 2013, esattamente il 10 maggio, gli agenti del commissariato di Sora riuscirono a capire chi era stata l’ultima persona a vedere Samanta Fava. Il cerchio si strinse attorno a Tonino Cianfarani, muratore residente a Fontechiari. La svolta il 19 giugno 2013 quando la polizia fece irruzione nell’abitazione di Fontechiari e a seguito di una perquisizione senza esito tra le mura domestiche le attenzioni si concentrarono su una cantina. A squarciare il velo delle bugie fu il georadar e soprattutto un cane molecolare, all’interno di un muro fu trovato il corpo, mummificato, di Samanta Fava.
La svolta che portò all’arresto del muratore 45enne. Le manette gli agenti del commissariato di  Sora le fecero scattare al ritorno da una trasferta di lavoro. Il 24 novembre 2014, 17 mesi dopo l’arresto, la corte d’assise del Tribunale di Cassino pronunciò la sentenza a 25 anni di carcere per omicidio volontario e occultamento di cadavere. I giudici della prima sezione della corte d’assise d’appello di Roma il 21 gennaio 2016, confermarono in pieno la sentenza a 25 anni di carcere emessa. La parola fine due anni e mezzo fa, a maggio 2017, quando fu rigettato dalla Corte di Cassazione il ricorso del muratore. E ora la decisione degli arresti domiciliari per gravi motivi di salute.
Red. Cas.

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