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#Tg24Donna – Violenza contro le donne, intervista a Monica Vivona

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#Tg24Donna – Violenza contro le donne, intervista a Monica Vivona
10 Ottobre
09:04 2017
La dott.ssa Monica Vivona, nota ed apprezzata Psicologa, formatrice e psicoterapeuta ad indirizzo gestaltico, cura progetti e programmi particolarmente interessanti. L’abbiamo invitata a parlarci del tema del giorno, un argomento spesso trattato perché “di moda”, ma talvolta affrontato con superficialità e senza la necessaria competenza.

“L’analisi dell’Istat e del Ministero della Giustizia del 2017 ci mostra i numeri di una violenza contro le donne di grandissime proporzioni: quasi sette milioni di donne hanno subito qualche forma di abuso nel corso della loro vita. Per violenza contro le donne si intende qualsiasi violazione della personalità di una donna, della sua integrità mentale o fisica, o della sua libertà di movimento attraverso atti individuali e oppressione sociale (violenze domestiche, stalking, stupro, insulto verbale…).

Trenta anni fa, la maggior parte delle forme di violenza contro le donne erano taciute sotto una coltre di silenzio o accettazione. Oggi, poiché sempre più donne parlano della violenza subita, è emerso che le aggressioni si verificano ampiamente e che la società e le istituzioni non hanno saputo affrontare il problema efficacemente. Una riflessione sulla violenza sulle donne non può prescindere da una riflessione sul sistema culturale, sociale, istituzionale. Certamente abbiamo fatto qualche passo in avanti dai tempi del delitto d’onore, ma la strada è ancora molto lunga, analizziamo perché: La lingua italiana è sessista. Sul web gira uno schema umoristico che ci mostra come alcuni nomi o aggettivi assumano un significato diverso a seconda che siano al maschile o al femminile. Bene, i termini al maschile hanno vari significati, ma l’accezione femminile è sempre e solo una, indovinate quale? (un massaggiatore/una massaggiatrice, un uomo di strada/una donna di strada, un intrattenitore/un’intrattenitrice, un uomo molto disponibile/una donna molto disponibile, per citarne alcuni). Non equità nella presenza femminile nelle istituzioni e nei posti di potere, e quando una donna raggiunge un livello pari ad un uomo, accade perché le è stato “concesso” da un uomo e persiste una disparità nel salario. Investimenti insufficienti a favore della maternità (avete mai sentito che ad un uomo durante un colloquio di assunzione sia stato chiesto se ha figli?)

Investimenti sempre più ridotti sui servizi di assistenza alle vittime di violenza. La nostra cultura è ancora sessista e discriminatoria nei confronti delle donne, la violenza contro le donne è così insita nel tessuto della società che le vittime si sentono colpevoli e gli aggressori si sentono giustificati: ogni volta che una donna è vittima di violenza, iniziano i cori di pregiudizi e stereotipi (”Aveva una gonna troppo corta”, ‘“Lo ha provocato”, ecc) e di giustificazioni dell’aggressore (“E’ stato un raptus”, “Era geloso”, ecc). Nella comunicazione ci sono forti messaggi sociali che fanno intendere che la violenza, le molestie sessuali e altre forme di violenza sono accettabili: ogni giorno nei mezzi di comunicazione vediamo immagini di violenza maschile contro le donne (nella pubblicità, nei film, nei notiziari). E’ necessario sottolineare che nella maggioranza dei casi le violenze verso le donne avvengono proprio da parte di qualcuno di cui la donna si fida (in giovanissima età da parenti, amici di famiglia, conoscenti; dopo la pubertà da fidanzati, partner o ex partner). Ho tenuto corsi di autostima al femminile alle operatrici di centri antiviolenza e ho potuto verificare quanto una scarsa autostima possa rappresentare un problema serio per le donne vittime di violenza. In particolare, spesso l’autostima e la violenza domestica (che comprende violenza fisica, psicologica e stalking) sono connesse. Un uomo che perpetua violenza domestica ad una donna ha il bisogno di controllare la sua vittima: se la vittima ha una scarsa autostima, questo non le permette di sottrarsi e porre fine al rapporto abusivo in cui si trova coinvolta. L’autostima da sola non può combattere la violenza domestica. Anche una donna con un’alta autostima può esserne colpita, ma se ha una migliore immagine di sé ha più possibilità di lasciare un uomo violento. Un uomo abusante è un manipolatore: utilizza le paure e i dubbi della vittima su se stessa, per questo la vittima ha bisogno di sostegno per sentire di avere la possibilità di porre fine agli abusi, deve sentire di non essere sola, in questo gli amici e i famigliari hanno un ruolo fondamentale.

La donna che si sottrae ad un rapporto violento deve avere molto coraggio: sia perché il suo aggressore utilizza minacce e intimidazioni, sia perché ne prova vergogna. La storia dell’umanità ci dice che l’uomo ha trovato vari modi di controllare la libertà della donna in varie culture: l’infibulazione, la clitoridectomia, la fasciatura dei piedi in oriente (che impediva la libertà di movimento), nei paesi come l’Italia venne esaltata la verginità (la famiglia era la custode della purezza della figlia, che così veniva consegnata allo sposo). L’idea della donna-oggetto dell’uomo viene da lontano e per essere sradicata è necessaria una grande azione culturale ed educativa. E’ necessario cambiare la società: i nostri modelli culturali, i nostri atteggiamenti, le nostre rappresentazioni, il nostro linguaggio, prendere consapevolezza degli stereotipi e della tolleranza sociale della violenza di genere al fine di giungere ad una cultura in cui le relazioni siano fondate sul rispetto reciproco. E questa azione non riguarda solo le donne, gli uomini ne devono essere parte attiva e consapevole”.

Jackal

 

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