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Diritto – La “prova” del DNA: panacea di ogni male o pericoloso boomerang..?!?

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Diritto – La “prova” del DNA: panacea di ogni male o pericoloso boomerang..?!?
28 Aprile
09:13 2015

Caro Lettore,

i più recenti casi di cronaca giudiziaria hanno portato ancora una volta alla ribalta il tema legato alla valenza della famigerata “prova del DNA” nel processo penale: il panorama giurisprudenziale italiano è ricco di casi in cui tale elemento probatorio ha costituito il fulcro dell’impianto accusatorio e – al tempo stesso – ne ha determinato l’irrimediabile fragoroso crollo (si pensi, a mero titolo esemplificativo, al delitto di Via Poma o all’assassinio di Meredith Kercher, i cui esiti processuali – strettamente legati alla valenza della prova del DNA – hanno determinato l’assoluzione degli imputati Busco, Sollecito e Knox).

Nonostante anche nei casi appena citati – stando all’ipotesi accusatoria – sarebbero state reperite sulle scene del crimine tracce di DNA compatibili con i profili degli imputati, l’esito processuale (che, a molti “profani”, sembrava scontato) ha contraddetto in radice tali risultanze investigative.

Eppure, ogniqualvolta si ha a che fare – purtroppo – con un episodio di cronaca nera, l’individuazione di tracce di DNA compatibili con quelle del sospettato di turno determina – nell’opinione pubblica – la convinzione dell’automatica colpevolezza del soggetto in questione (si pensi alle indagini legate all’omicidio della giovane Yara Gambirasio ed agli accertamenti scientifici eseguiti a carico dell’odierno indagato Bossetti).

Ciò, probabilmente, a causa di una diffusa disinformazione circa la valenza e le caratteristiche di una risultanza investigativa quale quella di cui si tratta: proviamo, dunque, a fare chiarezza.

Occorre anzitutto premettere che l’analisi scientifica di tracce ritrovate sulla scena di un crimine non è pressoché mai agevole, poiché tali tracce sono spesso minuscole, contaminate/alterate (perché venute a contatto con altri elementi della natura), vetuste (perché rimaste in quel luogo per giorni, mesi o addirittura anni), miste (perché riconducibili a fluidi appartenenti a più soggetti, tutti potenziali sospettati), ecc.

Da ciò discende che l’analisi in laboratorio di tali elementi non è mai semplice, come invece potrebbe apparire dalla lettura di un qualsiasi trattato di genetica.

A ciò si aggiunga che una analisi completa di un profilo di DNA (vale a dire, un accertamento che raffronti tutti i filamenti delle due tracce comparate), oltre a richiedere tempistiche bibliche, comporta un costo insostenibile (decine di migliaia di euro solo per l’esame completo di una traccia..!!!): ecco dunque che, nella prassi forense, i tecnici si limitano ad esaminare soltanto alcuni filamenti della traccia rinvenute, valutandone – all’esito – la compatibilità o meno con il profilo genetico del/i sospettato/i.

Già solo il concetto di compatibilità aiuta a comprendere come – in realtà – non vi sia mai una assoluta ed insindacabile certezza circa l’esatta identità tra il profilo genetico rinvenuto sulla scena del crimine e quello appartenente al sospettato: ci si basa, invece, su indici di compatibilità, per cui saranno esclusi dai “possibili donatori” quei profili incompatibili con la traccia repertata, mentre saranno qualificati come “possibili donatori” coloro i quali presentino forme alleliche e marcatori compatibili con la traccia rinvenuta sulla scena del crimine.

E ciò, peraltro, non da oggi, ma sin dalle origini della genetica forense.

Già nel 1902 il grande narratore inglese Arthur Conan Doyle, nel celebre romanzo “Il mastino dei Baskerville“, tentava di chiarire un assunto che ancora oggi – a distanza di 113 anni – non sembra noto né all’opinione pubblica né (soprattutto, purtroppo) a tanti operatori del diritto: ‹‹Adesso stiamo entrando nel campo delle ipotesi›› – disse il dottor Mortimer – ‹‹Dica piuttosto nel campo dove soppesiamo le probabilità e scegliamo la più verosimile. Questo è il modo scientifico di usare l’immaginazione, ma abbiamo sempre una base di partenza materiale››, rispose Sherlock Holmes.

Insomma, si è fatto gradualmente riferimento a concetti quali “possibilità“, “ipoteticità“, “probabilità” e “verosimiglianza“, tutti paradigmi ai quali si rivolgono la scienza (in generale) e la genetica forense (in particolare, per quel che ci riguarda).

Ed allora, sono tali concetti idonei e sufficienti – una volta trasposti in ambito giuridico, all’interno del processo penale – a determinare la condanna dell’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio..?!?

Va da sé che la prescritta ed obbligatoria assenza di anche solo un ragionevole dubbio mal si concilia – da un punto di vista logico, prima ancora che giuridico – con i concetti sopra riportati.

Da ciò deriva, dunque, che la prova del DNA, per quanto certamente importante, non possa mai da sola reggere tutto il peso di un qualsiasi impianto accusatorio.

In buona sostanza, sbagliano – e gli esiti processuali sopra richiamati ne sono la dimostrazione più viva – gli inquirenti che, trovata compatibilità tra tracce genetiche, ritengano di essersi imbattuti in un vero e proprio “tesoro” probatorio.

Per garantire piena efficacia alla prova del DNA, occorre infatti che questa sia inserita in un contesto investigativo già saldo ed univoco, così da far assumere all’impianto accusatorio una valenza ed una portata difficilmente scalfibili anche dal migliore degli Avvocati: in caso contrario, esiti processuali quali quelli relativi ai delitti di Via Poma o di Perugia non possono né debbono sorprendere…

 

Avv. Luigi Annunziata    

Foro di Roma

 

Foto dal web

 

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