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Diritto – Il nuovo reato di “omicidio stradale”: reale necessità o superfetazione normativa..?

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Diritto – Il nuovo reato di “omicidio stradale”: reale necessità o superfetazione normativa..?
29 Luglio
06:35 2015

 

Caro Lettore,

il mese scorso il Senato ha approvato il disegno di legge volto all’introduzione ed alla disciplina del nuovo reato di “omicidio stradale” (nonché di quello di “lesioni personali stradali”).

Si tratta ancora di un testo provvisorio, che – avendo subìto importanti modifiche rispetto alla formulazione precedente – dovrà tornare alla Camera per essere definitivamente approvato e, dunque, per poter entrare in vigore (verosimilmente entro fine anno).

Le principali “novità” contenute nel disegno di legge atterrebbero all’inserimento nel codice penale – dopo l’articolo 589 c.p., disciplinante l’omicidio colposo – di due ulteriori fattispecie delittuose (artt. 589-bis e 589-ter c.p.): l’art. 589-bis c.p. prevedrebbe la pena della reclusione da otto a dodici anni per l’omicidio colposo commesso dal conducente che guidi in stato di ebbrezza alcolica (con un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro) o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, con una diminuzione di pena (da sette a dieci anni di reclusione) se l’omicidio colposo stradale dovesse essere commesso dal conducente in stato di ebbrezza alcolica con tasso alcolemico superiore a 0,8 ma non superiore a 1,5 grammi per litro, ovvero da colui il quale dovesse procedere «in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita»; l’art. 589-ter c.p. introdurrebbe invece una circostanza aggravante, posto che in caso di fuga del conducente la pena detentiva potrebbe essere aumentata da un terzo alla metà.

Orbene, è notorio come l’introduzione di una tale nuova fattispecie delittuosa sia stata “sponsorizzata” – per non dire, determinata – dalle spinte promananti da diverse associazioni civili (su tutte, l’A.I.F.V.S. – Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada), nonché dal fondamentale intervento di forze ed esponenti politici piuttosto trasversali: alla stessa stregua, la notizia relativa all’approvazione del citato disegno di legge ha trovato vastissimi consensi nell’opinione pubblica, probabilmente convinta che – nel nostro ordinamento penalistico – l’omicidio colposo conseguente ad un sinistro stradale sia (e sia stato) trattato dal legislatore senza particolari accorgimenti.

Così, tuttavia, non è.

leggeEd infatti, l’attuale assetto normativo risulta congegnato nel senso di prevedere – al comma 2 dell’art. 589 c.p. (quello, giova ribadirlo, dedicato alla disciplina dell’omicidio colposo) – che se la morte di una persona è cagionata «con violazione delle norme della disciplina della circolazione stradale […] la pena è della reclusione da due a sette anni»: si noti, peraltro, che il limite edittale massimo di pena è stato modificato in peius nel 2008, quando il d.l. n. 92/2008 lo innalzava da cinque a sette anni di reclusione. A ciò si aggiunga che lo stesso d.l. n. 92/2008 inseriva nell’art. 589 c.p. il comma terzo, in virtù del quale – laddove la morte di un soggetto sia cagionata da un conducente che guidi in stato di elevata ebbrezza alcolica o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti – «si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni».

E’ parso utile riportare l’attuale quadro normativo non solo per poterlo confrontare con le “novità” che verrebbero introdotte dal predetto disegno di legge, ma anche – e soprattutto – per poter constatare come le innovazioni non sembrino poi così epocali, a meno che non si voglia ritenere che (ad esempio) l’innalzamento da dieci a dodici anni quale limite edittale massimo fungerà da spauracchio talmente forte da scoraggiare o impedire ex se l’assunzione di sostanze alcoliche prima di mettersi alla guida.

Chi scrive, a costo di attirarsi critiche ed improperi, ritiene che la soluzione all’annoso e drammatico problema delle morti “stradali” non possa restare ancorata al mero innalzamento dei limiti di pena o alla diversa formulazione delle fattispecie incriminatrici connesse a tali tragici eventi; ciò anche perché, ragionando in termini più astratti e generali, il sottoscritto resta convinto che gli interventi legislativi dettati non da una attenta ed approfondita disamina socio-economica, ma da spinte essenzialmente “popolari”, finiscano spesso per non risolvere le questioni di fondo e – anzi – per aggravarle.

Il rischio, infatti, è che – una volta entrata in vigore la novità normativa di cui si tratta – ci si illuda di aver definitivamente superato il problema, magari tralasciando la cura di quelle attività che invece andrebbero inflazionate per debellare alla radice quella che risulta attualmente essere ancora – in Italia – la prima causa di morte tra i giovani tra i quindici ed i venti anni di età..!!!

Soltanto attraverso una capillare attività di formazione ed informazione tra i giovanissimi, magari organizzata mediante periodici incontri nelle scuole (sin da quelle medie) e nelle università, si può sperare di ottenere risultati soddisfacenti nel medio-lungo periodo; diversamente, a parere di chi scrive, un “freddo” intervento normativo (peraltro non così innovativo rispetto alla disciplina attuale) non potrebbe da solo apportare benefici significativi o comunque particolarmente apprezzabili.

Avv. Luigi Annunziata    

Foro di Roma

 

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