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Cultura – “La città delle bestie” di Emilio Mantova

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Cultura – “La città delle bestie” di Emilio Mantova
05 Aprile
08:30 2020

 

“Mi affaccio dalla finestra e vedo palazzi. Un tempo, da bambino, ero solito scorgere verde e montagne, ora vedo vite stressate in riquadri vetrati, volti tristi, compagnie di persone in spazi preconfezionati, una donna che fuma in pigiama all’una del pomeriggio con lo sguardo perso di chi soffre la vita. La sua porta-finestra si apre su un balconcino adornato di vasi ingrigiti dallo smog. Colori sbiaditi tra cespugli fiacchi ed appassiti. Quelli che un tempo erano anemoni e ortensie e gerani, un’esplosione di rosa, viola, arancione e giallo, adesso sono l’espressione e l’essenza della vita spenta che si riproponeva negli occhi di quella donna.
Ogni volta che mi affacciavo, per fumare una sigaretta o per ritirare il bucato, o anche per la sola voglia di estraniarmi dalla trappola delle quattro mura cementate, lei era lì, sigaretta tra le dita. Io la vedevo. Lei no. Il capo perennemente basso come se pesasse più del dovuto. Gli occhi incollati al pavimento, come l’ago di una bussola subisce l’imponente forza magnetica del grande nord. Solchi violacei come trucco da cinema, non erano lividi, ma occhiaie dipinte da mano stanca della vita dura. Era sempre lì. Era lì e fumava. Era lì e fumava, ed era incinta.
La gente grida nelle strade. Liti. Urla della giungla urbana. I clacson delle auto suonano ripetutamente, a lungo, macchine bloccate nei parcheggi da altre auto in doppia fila, gli uomini alla guida si concentrano per dare il peggio di sé in imprecazioni, alterando tensioni e pressioni malsane.
I gatti cercano calore sotto le macchine accaldate… a volte tendono agguati ai piccioni in sovrannumero, attenti a non incappare in qualche gabbiano dal becco a punta. Quando si è bambini si pensa che i gabbiani siano uccelli fantastici, bianchissimi, immacolati, che vivono nei porti e nelle città di mare. Poi cresci, vai in città, e li vedi come fosse la prima volta. Li trovi nei bidoni dell’immondizia, sporchi, ostili, con occhi rossi, come fossero spiritati.
Dalla finestra alzo gli occhi. Il cielo blu. Gli aerei che passano a bassa quota con regolarità. Ci fai l’abitudine. Le luci dei semafori non sono segnalatori, ma vessilli di guerra, e molti morirebbero sotto quei colori. Gli incroci invece, sono terreno di scontro. Carcasse ferrose a due o quattro ruote segnalano corpi a terra. Anche a quello ci fai l’abitudine. Poco mi importa di due idioti che si ammazzano nella giungla. Il che non è raro. Sono altre cose che mi lasciano perplesso. Cose come l’indifferenza delle persone che affollano un marciapiede come un banco di tonni, che deviano il loro tragitto attorno al corpo di un uomo a terra. Spalle che si voltano nella metro, durante uno scippo o un tentativo di rapina. Le aggressioni in strada ai danni di donne, passanti, o malcapitati che siano, sotto i colpi di bastardi ubriachi sugli autobus. Indifferenza che rende ipocriti. Indifferenza che rende deboli. Indifferenza che potenzia e nutre il bullismo e l’indisposizione verso il prossimo. D’altronde è nella natura dell’uomo e sempre vi rimarrà abbarbicata”.

“Ormai sono vecchio. Sono povero. Bevo e cammino. Cammino e bevo.
All’angolo della strada c’è un uomo che suona il sax. Le sue dita vissute si muovono lente sui tasti stringendo una cicca fumante, consunta, all’estremità interna della mano. La sua striscia contorta, azzurra, mista alle note tristi e prolungate, sale al cielo. Mi sembrava che quella musica raccontasse una tragica storia d’amore. Sembrava parlasse di una donna bella e spietata. Forse era il mio animo che si attorcigliava ad esso dandogli quella sfumatura di delusione. Ai piedi dell’uomo c’è il fodero rigido dello strumento che raccoglie monete lanciate dai passanti depressi come me. Tra quelle monete, giace deposto in un sonno malconcio un cane bastardo di piccola taglia, bianco chiazzato di nero, ma il bianco era evidente alterato, sporco di vita da strada. I toni cambiano ed io mi siedo sull’asfalto schiena ad un cassonetto Enel, vino alla mano. I toni cambiano ancora. Quelle note mi penetrano più dell’alcool, sfociando in costruzioni musicali tetre di un jazzista alcolizzato. Lo seguo nel suo mondo a cavallo di note inspiegabili, mentre prendo ancora delle sorsate dalla bottiglia in plastica di vino sfuso. Quella musica mi accarezza l’anima come farebbe Mefisto in persona, se solo fosse lui a suonare seduto a quell’angolo, e forse si trattava proprio di lui, mi stuzzicava riportandomi alla memoria, con quella musica proibita, la macabra notizia che mi ha cambiato la vita.
D’un tratto venni scrollato da un piede. Mi ero appisolato. La lucida scarpa nera continuava a tastarmi. Con le mani sporche, mi stropiccio gli occhi che cominciano a rimettere a fuoco. La sagoma di un poliziotto prendeva vita, ed io ancora non capivo cosa mi stesse dicendo. Seduto a gambe divaricate, avevo occupato metà dello spazio delle strisce pedonali che davano sulla strada. A quel punto non mi serviva capire cosa mi stesse intimando l’uomo, perciò feci forza sulle gambe riprendendo la strada. All’angolo il sassofonista non c’era più. Era andato via, con il mio vino.
Camminavo e notavo come le generazioni si fossero evolute. Cose che di solito fanno i vecchi. Ma di questi tempi il divario si creava facile già a distanza di pochi anni. Da piccoli giocavamo a sassate con gli amici, ora i ragazzini di otto anni vanno in giro con cellulari e tablet, connessioni ad internet, e facile accesso a pornografia di ogni genere. Senti racconti di mamme furibonde alle fermate del bus, parlano di figli sorpresi a messaggiare pornografia su whatsapp in classe. Quando tutto va bene, li vedi camminare incollati agli schermi luminosi, e pensi che questo è il nuovo metodo per sedare le menti dei futuri cittadini. Li cresci nell’ignoranza tra tecnologie non essenziali, per poterli distogliere e distrarre dai problemi reali, sociali, e dai furti, e dalla corruzione, e da tutto ciò che stato e mafia vede come business personale. I paesi vengono spremuti lentamente, ed i popoli pensano a postare foto appariscenti su facebook, mentre litigano su chi doveva vincere la champions league.
Il degrado mentale e sociale si allarga a macchia di olio, e coinvolge sempre più ragazzi ed adolescenti. Un tempo solo i ragazzini poveri ne erano soggetti, per contesto, ora sono i figli dei benestanti ad esserne bersaglio.
Il giaciglio di un vagabondo è più ricco di informazioni di qualunque TV, e rende questo, per noia, un lettore divoratore di informazioni. Per lo più informazioni di cronaca nera, perché è su questo che si basa l’informazione ed il cosiddetto “giornalismo” di oggi. Notizie su notizie di una nave che cola a picco, solo che, un qualunque topo cercherebbe di mettersi in fuga a differenza dell’uomo medio. Importante è stare bene oggi, o almeno far pensare agli altri che sia così, domani chi se ne frega. Strano modo di pensare.
Prendi un ritaglio da mettere sotto la maglia per la notte per combattere il freddo, e leggi nell’articolo in colonna: LE RAGAZZE DOCCIA, e per curiosità dai una letta.

Le chiamano «ragazze doccia» e sono adolescenti, in genere di famiglie benestanti, che si prostituiscono nei bagni delle scuole in cambio di poco, anche oggetti, a volte solo per sentirsi accettate dalle “amiche”. Le chiamano ragazze-doccia perché così come ci si fa la doccia tutti i giorni, loro quotidianamente fanno sesso. Durante le lezioni delle prime ore sui telefonini gira il menù con prestazioni, richieste e orari per gli appuntamenti nei bagni, dove avvengono i rapporti sessuali. Le ragazze offrono le loro prestazioni anche a più persone. Per loro è una specie di gioco, un gioco molto pericoloso…

Un tempo avevo un lavoro. Degli amici. Una ragazza. Ero schiavo della routine. Mi alzavo al mattino, colazione, doccia, uscivo, telecamera in spalla. Tornavo la sera, o passavo maggior parte del tempo davanti uno schermo su una stazione di montaggio. L’agenzia ci passava i lavori. Ci sbattevamo, sottopagati, con la troupe, in giro per la città a riprendere convegni, programmi spazzatura, eventi mondani… per lo più facevo servizi in diretta per il Canale 58. A volte fornito dell’attrezzatura necessaria dipendeva da chi commissionava. Un flashista, un fonico, un giornalista, ed io con camera e zaino per le trasmissioni in diretta sulle spalle. Lo zainetto è un sistema progettato per i canali televisivi, e per i fornitori di contenuti professionali che desiderano trasmettere in diretta e in alta qualità video, le ultime notizie, eventi sportivi, senza la necessità di costose e ingombranti unità satellitari. Questo sfrutta contemporaneamente fino a sette SIM telefoniche. Non dà nessun problema, dicevano. Dopo solo qualche anno ho cominciato ad avvertire disturbi seri. All’inizio non davo molto peso alla cosa credendo si trattasse di normale stress da lavoro. Un lavoro a tempo pieno. Un lavoro in cui non esistono sabati e domeniche. Un lavoro dove non si contemplano ferie. Un lavoro dove sei un invisibile. Quando ho cominciato ad accusare serie difficoltà, decisi di fare una visita medica. L’eccessivo utilizzo di questo strumento, mi ha creato danni irreparabili al cervello. Il profondo impatto biologico delle radiofrequenze cancerogene sviluppate dal dispositivo, modificarono la stabilità dell’attività cerebrale. Le onde attraversavano il mio corpo per ore, per giorni, per anni. Risultato dottore? Cancro, mi dispiace… deve cominciare subito la terapia ed estraniarsi dalle fonti che le hanno procurato il malore…
incominciai ad informarmi. Leggere recensioni, articoli, blog, forum…
l’ultimo rapporto completo era stato presentato di recente al Dipartimento di Telecomunicazioni dal Prof Girish Kumar del dipartimento IIT di Bombay di ingegneria elettrica. Kumar, che aveva svolto approfondite ricerche sulle radiazioni del telefono mobile e i suoi effetti, metteva in guardia contro l’uso eccessivo dei telefoni cellulari, perché espone gli utenti ad un aumento del rischio di cancro, tumore al cervello, e di molti altri rischi per la salute.

Un eccessivo uso dei telefoni cellulari può provocare il cancro a chiunque. L’uso dei cellulari per più di 30 minuti al giorno per 10 anni aumenta il rischio di cancro al cervello e neuroma acustico.

Un aumento del 400% del rischio di cancro al cervello tra gli adolescenti che usano i telefoni cellulari. I bambini sono più vulnerabili alle radiazioni dei cellulari. Più piccolo è il bambino, tanto più profonda è la penetrazione della radiazione elettromagnetica perché il cranio dei bambini è più sottile.

La radiazione dei cellulari provoca danni irreversibili alla fertilità maschile. Gli studi hanno scoperto un conteggio inferiore del 30% nel liquido seminale degli utenti che fanno uso intensivo di telefoni cellulari.

Le frequenze utilizzate dai cellulari possono causare danni al DNA delle cellule del corpo. La radiazione provoca la formazione di ‘formazioni di radicali liberi’ all’interno delle cellule; tali radicali sono notoriamente cancerogeni.

L’esposizione ai cellulari può scatenare la risposta allo stress nelle cellule umane e animali e provocare la produzione di proteine da stress. Questa è una prova sufficiente del fatto che l’organismo riconosce la radiazione dei telefoni cellulari come potenzialmente nociva.

Le persone che utilizzano i telefoni cellulari per più di 30 minuti al giorno per più di quattro anni sono a rischio più elevato di perdita dell’udito. La radiazione dei telefonini può causare tinnito e danneggiare le cellule ciliate presenti nell’orecchio interno. Una volta danneggiate, queste cellule non possono più rigenerarsi.

L’uso frequente dei telefoni cellulari può danneggiare il sistema visivo in molti modi. Le frequenze dei cellulari (900, 1800 MHz e 2450 MHz), danneggiano le cellule epiteliali e aumentano la temperatura all’interno dell’occhio.
Le emissioni dei cellulari indeboliscono le ossa e possono causare un deficit dei livelli di melatonina, un antiossidante potenziatore del sistema immunitario.

Un aumento del rischio di tumore delle ghiandole salivari è legato all’uso dei telefoni cellulari.
L’esposizione ai campi elettromagnetici può causare disturbi del sonno e malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il morbo di Parkinson.

Io nel mio zaino avevo sette SIM. Sette; contemporaneamente in trasmissione ad agire sul mio corpo. Mi immaginavo come un uovo fritto in padella. Il mio cervello come un uovo. Fritto. All’inizio non dissi niente a nessuno. Mi diedi semplicemente malato. Ero segregato nel buio della mia stanza con solo me stesso, e fuori intanto il mondo andava avanti senza di me. Virginia si accorse che c’era qualcosa che non andava, così vuotai il sacco e mi convinse a vedere un avvocato per fare causa all’agenzia. Secondo me lei vedeva solamente un’opportunità di fare un sacco di soldi, non credo le importasse veramente delle mie condizioni, ma la accontentai. A me non fregava nulla dei soldi. Ero un condannato che cominciava a contare i giorni dalla camera a gas. Uno che sa che deve morire non sempre, almeno io, sente il calore del proverbiale fuoco al culo…
L’avvocato mi fece entrare nel suo studio. Sul volto un sorriso a trentadue denti. Ero una pila di banconote che camminava… mi diede una pregustante, moscia e sudaticcia stretta di mano, come palpasse il culo di una puttana prima di farla salire in macchina… il suo profumo mi nauseava come tutto ciò che rappresentava, ma ero lì per Virginia, per non sentirmi dire che non avevo le palle… Patetico ignorante e grasso bastardo, che nutriva la sua anima come fosse il suo fetido stomaco. Mise in atto la sua sceneggiata, muovendo le mani come un direttore d’orchestra alle prime armi. Le parole scivolavano facili sulla lingua seguite da tecnicismi da due soldi. E Virginia, era ipnotizzata dalle facili promesse di vittoria. Quando ci siamo salutati, ho finto complicità ed ottimismo senza spendere troppe parole, dentro di me sapevo come il meccanismo di questo genere di cose si mette in moto. Di solito le cause durano anni, ed i grandi nomi che vengono affrontati a spada tratta da una singola nullità, hanno schiere di avvocati di primo ordine, esperti, navigati, diabolici, e con materiale e materiale che giocasse a loro favore… contratti con clausole mimetizzate e ben studiate, mazzette pronte… pubblici ministeri pronti ad archiviare i casi, o a far cadere subito le accuse nel caso di un indagine preliminare… anni nel caso vada tutto bene… anni… ed io potrei già essere morto.
Convinta dell’imminente schiacciante vittoria, Virginia mi convinse, per così dire, a cominciare la chemio. Io non volevo. Lei insisteva. Dopo qualche seduta ho cominciato a non andare più. Fingevo di proseguire la terapia che in realtà non potevo nemmeno permettermi. Nessuna banca ti elargisce un prestito per salvarti la vita. Sei solo un cliente ad alto rischio di perdita. Gli amici di punto in bianco spariscono, per pietà e per paura di essere coinvolti. I primi cicli di terapia mi avevano reso debole. I capelli cominciavano a rimanere sul fondo della doccia, lasciando delle chiazze, buchi rosa sulla testa. Quando Virginia insistette per tornare dall’avvocato che tardava a farsi sentire, per capire a che punto fosse la pratica, si rese conto dalla ridotta movenza gesticolare dell’avvocato, che tanto l’aveva impressionata in precedenza, seguita da un capo fisso a mezz’altezza, che non solo i tempi si stavano fortemente dilatando, ma che c’era il serio rischio di non vedere il becco di un quattrino, e forse di essere citati di conseguenza per diffamazione e falsa testimonianza. Giorno dopo giorno la vedevo sempre più di rado. Immaginavo avesse già rimpiazzato il moribondo involucro di carne che ormai ero, e non gliene facevo una colpa… anzi non me ne fregava niente… pensavo solamente a quando il colpo mi avesse raggiunto alle spalle per finirmi.
Le spese, dottori, avvocati, affitto, cibo, assicurazione, e tutto ciò che lo stato vuole da te per derubarti, compreso tasse e pizzo legalizzato, mi fecero decidere di lasciare tutto. Semplicemente un giorno uscii di casa senza nemmeno chiudere la porta, uscii in strada, e così passarono dei mesi. Cominciai quasi a sospettare che la diagnosi dei medici fosse errata. Forse non dovevo morire, ma i forti dolori e svenimenti, emicranie e nausee, riaffioravano come un ceffone a distogliermi da tali pensieri. Mi ritrovavo subito faccia a terra, a ricordarmi di essere uno straccio inutile.
A volte ero felice quando bevevo, così cercavo sempre nella sbornia quella pace euforica che non sempre mi regalava il demone sul fondo della bottiglia. Mi facevo schifo da solo, ma tanto chi se ne frega… sarei potuto morire in quel momento per quello che ne sapevo, oppure il giorno dopo, o la settimana seguente. C’erano dei momenti che pensavo: chissà se qualcuno mi sta cercando… d’altronde sono sparito come un fantasma… di certo a quelli dell’agenzia delle entrate sono molto a cuore… dovrei andare in un comando dei carabinieri e denunciarmi… si uno schiavo fuggiasco sottratto alla proprietà dello stato… due braccia in meno, sicuro… e chi si occuperà di quelle piramidi? Forse dovrei uccidere qualche politico e fare la felicità degli italiani… ha ha ha ha… santo subito… ha ha ha… ma no, forse invece dovrei tornare a casa e riprendere il controllo della mia vita… combattere… come un vero uomo… ma credo anche don Don Chisciotte pensasse di essere un vero uomo… temerario ed audace contro i suoi mulini a vento… un impavido idiota svalvolato… comunque mi toccherebbe ricominciare con debiti, ammesso che una casa ce l’abbia ancora… e poi un lavoro? Nessuna azienda vorrebbe un malato, che per giunta ha fatto causa al proprio datore di lavoro… per loro sono solo una zecca… che altro potrei fare? Neanche io voglio più prendermi cura di me… sono un peso per tutti, anche per me stesso… sono stato scaricato dalla società come uno stronzo nel cesso… tanto vale che cominci a pensare come farmi fuori… beh, non male come idea… potrei almeno averla vinta sul cancro, togliergli il privilegio ed il gusto di uccidermi… e chi se non io stesso ha più diritto sulla mia vita? Chi oltre a me potrebbe rimanere impunito su una tale decisione? Chi? Nemmeno Dio! Non lascerò neanche a lui il giudizio finale su di me, e tornerò finalmente nel buio da cui provengo… nella pace… nel nulla… come feto regresso alla dimensione organica da cui si genera… potrò essere io stesso il mio Dio… il mio universo… la trasfigurazione del niente a niente! Rimarrò nel tempo come una scia, come la scia di luce di una stella già morta da secoli, che attraversa l’universo fino a brillare nel nostro cielo, ed ingannare gli occhi delle genti ammiranti… sarò il falso ricordo nelle menti delle persone che mi hanno conosciuto e che parleranno di me, senza sapere chi io fossi in realtà sotto la scorza carnosa e la maschera mondana che tutti ci creiamo per paura di essere pazzi agli occhi pubblici, e io riderò di tutti loro, sapendo che sono proprio essi i pazzi, e piangerò per aver sprecato la mia vita… dopo questa notte, alle prime luci di domani, porrò termine alla vita del mio pensiero angoscioso… dopo questa notte di sbornia… aprirò il mio terzo occhio per andare incontro al più grande mistero mai risolto…
una decisione difficile per la maggior parte, ma non per chi come me non ha altra scelta, e già mi sento più leggero.
Cammino assaporando per la prima volta l’aria fredda sul viso. Un tempo mi sarei coperto maledicendo l’inverno. Ma non oggi. Le ombre, ormai sparite, si sono rifugiate al di sotto degli oggetti che le proiettavano, e le foglie dei tigli profumati si agitano alte, verdi, come occhi di ragazza. Risalgo le scale dal ponte dell’isola Tiberina, e mi avvio verso il centro. Tiro fuori tutto quello che ho dalle tasche piene di tabacco e sigarette spezzate, e compero una bottiglia scadente di whiskey in un negozietto Bangladesh. Black Crow, il nome si intona ai miei programmi. Butto giù una sorsata. Sa di benzina. Compero due birre con gli spicci che mi rimangono… paradossalmente costano più loro in coppia che la bottiglia del liquore forte… mi reimmetto sul lungo Tevere per ammirare le luci della sera che brillano in lontananza riflettendosi nel fiume nero profondo, dove si specchiano le arcate dei ponti illuminate dai lampioni gialli. La grande cupola di San Pietro che vigila illuminata anch’essa. Statue ornamentali belle e consunte, opere d’arte d’altri tempi, d’altre passioni… coppie si fermano e si baciano, scattano delle foto che magari non rivedranno mai, e intanto immagino, guardando di sotto, sul lungo riva, dove d’estate si snoda un lungo serpente di stand e mangiatoie, una fiumana di gente che passeggia animata.
Un tempo non lontano anch’io ci andavo con Virginia e gli amici. Si faceva gli idioti, si beveva una birra o due, si rideva fumando con il narghilè… rimasi affascinato da alcune statue in bronzo portate li da chissà quale scultore. Ce ne era una in particolare che raffigurava una donna centauro. Era impennata sulle zampe posteriori, ma la sinistra anteriore, che era leggermente sollevata e protesa in avanti rispetto l’altra, non aveva lo zoccolo, bensì un piede umano levigato ed elegante come si addice ad una donna. I capelli mossi tesi dal vento, alti, rispetto al corpo nudo leggermente ruotato su un lato. Il braccio sinistro stringeva un serpente attorcigliato con la coda lungo l’avambraccio, mentre il destro teneva in pugno un elmo da guerra simile allo stile greco, ma un po’ diverso, in cui due file di strisce chiodate si intersecavano orizzontalmente, da guancia a guancia passando per l’estremo della fronte, e da centro fronte fino alla nuca. Un’altra raffigurava il coperchio di una tomba etrusca, in cui due amanti nudi, avvolti parzialmente solo da un lenzuolo, si abbracciavano inginocchiati, mentre lui la cingeva da dietro immergendole il viso nel collo, e lei con il capo riverso su una spalla lo adorava. Mi sembra di ricordare che a casa avevo delle foto che le ritraeva, foto fatte con il cellulare. A casa avevo molte cose che non mi servono più. Alcuni conservano, ed ammucchiano cose per una vita, ma non credo che sappiano che oltre la morte niente ha più valore… solo i faraoni lo credevano veramente, adornando le loro tombe di oro, cibo, vino e schiavi, a volte… la roba. Giovanni Verga ne scrisse una novella. La bramosia di possesso. L’ossessione per l’accumulo di oggetti e ricchezze nelle privazioni più assurde, tralasciando cose essenziali della vita, come la felicità.
La ricchezza diventa una vera e propria trappola per l’uomo. Annienta la percezione del tempo alimentando l’avidità, poi un giorno ci si rende conto di essere troppo vecchi per godersi il frutto del proprio lavoro, e si teme la morte, proprio come Mazzarò. Ma a ciò non esiste rimedio che il denaro possa comperare. La giovinezza non è in vendita su nessun banco, tanto meno il tempo. Almeno per questo sono felice. Non ho più niente. Niente da perdere. Nessuno da lasciare. Niente in sospeso… ho deciso persino quando trapassare sconfiggendo finalmente anche la paura che la signora morte infonde in tutti i cuori.
Ho passato gli ultimi anni della mia vita in strada da barbone aspettando il colpo fatale che non è mai arrivato, e forse non arriverà mai, ma va bene così. Ho ritrovato un certo equilibrio malsano che mi ha permesso di vivere a cuor leggero, fuori della gabbia della società… e adesso cammino libero da ogni cosa gonfio di birra, e con due quarti di liquore in corpo sotto la statua in campo de fiori, attorniato da giovani e stranieri. Forse dovrei fare un ultima chiacchierata con qualcuno, un ultimo contatto con la presunta realtà, ma non sarò io ad attaccar bottone, non vorrei sembrare il tipico pazzo ubriaco con la esse sfuggente di chi è alticcio, d’altronde credo di avere anche io uno straccio di dignità, piccoli brandelli attaccati alla mia ombra… però, magari, potrebbero essere stupide congetture di una mente semplice ed euforica… domani potrei anche svegliarmi e non essere me stesso… potrei essere qualcun altro che sogna di essere me… potrei essere un marinaio, o che so… una donna… potrei svegliarmi ed essere me stesso, ed avere ancora dieci anni, e magari è natale… e scendo di corsa le scale per scartare i regali sul camino seduto sulle ginocchia di mio padre… si, magari il papà e la mamma non sono morti in quell’incidente, ed io sono solo un bimbo fantasioso che sogna come un folle adulto… un bambino che ha sognato una vita pazza tra le bestie della giungla urbana, e forse il mondo non è così lunatico… questo potrebbe essere il parto di una mente giovanile, piena di storie inventate dalla scatola sparafeccia mangiaradiazioni che chiamiamo TV… oh sarebbe magnifico risvegliarsi e sapere ciò che so ora… cominciare una vita con l’esperienza che ho ora… cercare la felicità sapendo dove “non” ho cercato fino ad ora… avere il coraggio di essere chi non sono stato fino ad ora…
cammino ancora nel cuore della notte, e non sembra mai troppo tardi. C’è vita nelle strade. Uomini, donne, studenti, pazzi, straccioni, puttane, ruffiani, branchi di cani forse in cerca di avventure, forse in cerca di cibo… chi lo sa cosa gira nella mente di un animale… di certo si sa, sono esseri intelligenti, a volte più della maggior parte del cosiddetto homo sapiens sapiens… homo… sapiens una sega… divoratori di invidia e di insuccessi altrui… non c’è goduria più grande al mondo per loro di vedere qualcuno di successo sbattuto in prima pagina al centro di uno scandalo, magari morto di overdose…
tiro fuori pezzi di sigarette dalle tasche e ne accendo alcune, una dopo l’altra, per poter fare una fumata decente se così si può dire. Il tabacco ormai secco brucia più velocemente nella carta industriale impregnata di soluzioni chimiche. Che vizio di merda. Piscio in un angolo mentre la gente passa e fa finta di non vedermi. Mi ci vorrebbe un’altra birra per mandar giù questo surrogato di whiskey… non ho soldi però. La gola mi brucia ad ogni sorsata, ma il bruciore diminuisce con l’istupidimento che l’alcool mi produce. Domani avrò molta sete. Ma domani non esiste per me. Il mondo finisce all’alba per quest’uomo. Penso se c’è qualcosa che vorrei fare o vedere per l’ultima volta, ma non mi viene niente in mente. Credo di essere il tipo di persona che non sa mai cosa rispondere a freddo, ma col senno di poi realizza cose soddisfacenti, almeno per i miei standard… questo mi fa pensare a tutte le volte che mi sono state fatte battute da due soldi, ed al momento non mi passava nulla di efficace per la mente. Poi a distanza di qualche ora… bam! L’illuminazione ! I francesi lo chiamano “l’esprit de l’escalier”, lo spirito della scala, cioè quando trovi la risposta che cercavi, ma ormai è troppo tardi.
Non so perché la notte ha sempre avuto un fascino tutto particolare. Anche un vicolo ignorante assume un non so che di particolare. Saranno le luci. Saranno le ombre. Saranno i colori arancio e ambrati. Rimane il fatto che tutto è magnificamente attraente nella sua semplicità. Passando davanti l’imponente costruzione dedicata al milite ignoto, mi riempio gli occhi e mi chiedo chi mai vi sia finito sepolto con le sue spoglie. La tomba più imponente e celebrata del mondo. Turni di guardia si alternano da anni attorno ai fuochi nei vistosi braceri, e chissà per quanto ancora, forse per secoli, quell’uomo sconosciuto verrà glorificato ed onorato ancora da centinaia di migliaia di persone di tutto il mondo. Mi avvicino alla statua di Cesare e mi siedo per un po’. Ah Giulio, tu si che eri un grande uomo. Ho sempre avuto una passione per te. A scuola non insegnano la vera storia, la storia dei personaggi, poi per curiosità dopo anni di asinerie cominci a leggere per conto tuo un po’ di tutto, e scopri anche uomini come te. Ovvero, riscoprii. Chi mi vede così, gettato a terra, sporco ed ubriaco con la barba macchiata non immaginerebbe mai che questo uomo ha letto il debello gallico, e lo ha assaporato, e lo ha glorificato in tutta la sua grandiosità. Un’opera d’arte di eloquenza, strategia, diplomazia e politica. Posso solamente immaginare cosa provassero soldati e politicanti quando Cesare si lasciava ai suoi discorsi. Infiammava gli animi. Vinceva battaglie con l’ingegno. Capeggiava cariche nel suo mantello rosso, un mantello che tutti potessero riconoscere nello scontro. Un uomo che pianse ai piedi della statua del grande Alessandro Magno. Se solo fossi stato il dito mignolo di un uomo del genere…
Ragazzi alticci e ragazze alla moda sottobraccio si fecero avanti chiassosamente alle mie spalle, mentre fissavo in piedi, immobile, la statua del condottiero. Uno di loro era incuriosito, uno straniero che masticava l’italiano un po’ meglio degli altri, e si fece avanti per fare lo splendido con la sua compagnia, tutti cotti almeno quanto lui. Pensava di potermi prendere in giro, di trattarmi come un pagliaccio da circo. Di mettermi il cappello, come si dice. Scambiammo qualche parola, ed io sfoderai orgogliosamente tutto il mio sapere scioccando tutti. Non ero io ora l’allocco, per rimettersi in carreggiata il ragazzo disse di avermi già visto da qualche parte, forse in TV, voleva apparire come uno che aveva riconosciuto di proposito un qualche personaggio. Io dissi di essere un noto scrittore fiorentino, e che stavo conducendo uno studio sulla vita da strada. Dissi di essere molto ricco, e in incognito per non farmi riconoscere data la mia fama. Uscivo di notte dal mio prestigioso hotel per condurre le mie ricerche, ricerche per un libro di prossima uscita. Una cosuccia che sarebbe stata pubblicata in diciotto lingue o giù di lì. Sapevo come vendermi usando vocaboli e gesti ricercati, alcuni addirittura si fecero firmare degli autografi e scattarono molte foto con me nel centro. Dicevo di essere il nuovo Hemingway italiano. Inventavo serie di titoli di opere mai scritte, alcuni anche veri, tanto non mi sembravano gente che avesse letto chissà che cosa. Spacciavo per mie opere di autori come Bunker, Steinbeck, Burroughs, Wallace, London… le ragazze mi chiesero subito di invitarli tutti in albergo a fare festa. Ma io risposi che la mia bellissima moglie, una modella californiana, aveva bisogno di riposo. Veniva appunto oggi da Los Angeles solo per vedermi per poi ripartire l’indomani per Chicago. C’era uno spot della Nike per cui doveva posare, ed il suo agente si era raccomandato che arrivasse distesa e riposata. Il mio liquore mi aveva disgustato, perciò decisi di cogliere la palla al balzo e sfruttare l’occasione. Dissi che non potevo farmi portare in giro per locali, perché se mai si fosse creata qualche condizione strana sarei stato scoperto. Però chiesi dei soldi per un taxi, dicendo che la mia american express l’avevo dimenticata in albergo con le chiavi e tutto il resto, e dio solo sapeva quanto avevo bisogno di un taxi. La cosa funzionò, e dopo aver dato la mia benedizione sgattaiolai a comperare birra e sigarette. Come ultima notte non c’è male mi dissi. Sono stato un pezzo grosso per un ora, al centro dell’attenzione di belle ragazze che avrebbero fatto carte false per passare la notte con me nonostante la mia presenza. A volte basta davvero poco, la gente vede in te ciò che tu gli mostri. Sei ciò che dici di essere. La società dell’apparire. Forse dovrei scrivere seriamente un libro. “Biografia di un automa alcolizzato”… buon titolo; poi mi basterà spararmi un colpo in bocca. Diventare eterno sotto forma di inchiostro nero su carta.
Cammino ancora un po’. Ed il cielo cominciava ad assumere altri colori. Dal nero comparivano sfumature giallastre, non come quei magnifici colori del tramonto no, in cui pennellate di arancio viola e oro si mescolano magistralmente; l’alba ha una colorazione tutta sua, e varia in tutte le sue fasi. Sono pronto, e torno verso il ponte dell’isola Tiberina per il mio ultimo spettacolare tuffo. Ubriaco com’ero, se non mi avesse ammazzato l’impatto ci avrebbe pensato la corrente. Ancora qualche passo e si torna a nanna tra le oscure braccia di signora morte. Ancora qualche passo. Giro ancora qualche vicolo. Non ho ripensamenti, va bene così. Già si sentono le Tv accese dalle finestre aperte. La circolazione nelle strade principali spezza il silenzio gradualmente. Il mondo gira e non ha bisogno di me. Ne io di lui. Urla. Maledetti televisori. Urla di donna. Maledetti programmi mattutini. Urla soffocate… sembrano vere. Volto l’angolo, due uomini che tentano di violentare una ragazza. Un bianco ed un nero; una coppia progressista… arrivo alle spalle di uno dei due e lo colpisco con la bottiglia che mi sfugge di mano. Sono troppo ubriaco. L’altro è già sopra di me e mi rompe una costola con un calcio piazzato. La ragazza piange a terra con la maglia stracciata ed il seno di fuori. La guardo mentre prendo altre botte e le dico di fuggire, ma è terrorizzata e non riesce a muoversi. Nel frattempo l’altro riprende quasi l’equilibrio, e scatena su di me la sua collera, ma non è ancora totalmente in sé dal colpo ricevuto. I suoi non mi fanno niente di serio. Riesco a rotolare spalle al muro per proteggermi alla meglio, e alzandomi colpisco il ragazzo nero al mento rendendolo un imbecille barcollante… l’altro intanto ha ripreso le sue facoltà e parte con un destro micidiale alle costole già rotte mozzandomi il fiato di netto, e la mattanza ricomincia. Prendo botte ovunque cercando di riprendere il controllo, ma il dolore è troppo forte. Reagisco per istinto, e allungo un paio di calci da vero ubriacone puntando alle rotule del mio avversario; penso, se lo azzoppo ho qualche possibilità di accoppare anche l’altro e fuggire. Sguardi dietro le finestre che si chiudono… perché nessuno chiama la polizia? Forse l’hanno già fatto non essere pessimista… l’altro si fionda verso la bottiglia a terra e me la lancia colpendo il muro alle mie spalle, l’esplosione di vetro prende alla sprovvista anche il suo compare che indietreggia passandosi le mani sul viso per eliminare le schegge attorno agli occhi, ed ecco che di nuovo ripartono in coppia verso di me, ed ancora faccio da sacco per i due bastardi che mi vogliono morto. Se solo non fossi così ubriaco avrei una possibilità di cavarmela, di me non mi importa, tanto, comunque devo morire. Ma almeno la ragazza vorrei che si salvasse. Vorrei lasciare questo mondo avendo compiuto almeno una volta nella vita un’azione di cui essere fiero. Un’azione da vero uomo, inteso come essere umano. Mi sembra già di svenire… il tempo come fosse passata un’intera ora, ma in realtà tutto si sta svolgendo in pochi secondi. Mi sembra quasi di essere fuori di me e vedermi svoltare quell’angolo con un bastone tra le mani. Avrei dovuto ragionare prima di agire. Trovare un tubo, un qualcosa che mi permettesse di avere un vantaggio su quei luridi infami… la ragazza avrebbe sofferto solo qualche istante in più, ma almeno avrei potuto salvarla. Ora mi sembra solo di averla gettata io stesso in pasto ai suoi aguzzini. Posso solo resistere e sperare che arrivi qualcuno… che abbiano avvisato la polizia, che magari sta già arrivando a sirene spiegate… ma non sento niente. Comincio a non sentire nemmeno più il dolore dei pugni e dei calci. Il sangue che fuoriesce da una ferita sul sopracciglio mi limita la vista. Non so che fare. Esplodere con le ultime riserve di energia contando sulla stanchezza degli aggressori, o resistere? Sento qualcosa penetrarmi il ventre, una, due volte. Poi arriva l’impulso dei neuroni al cervello. Dolore acuto. Mi accascio sfinito. Ancora un’altra volta, sul fianco. È la lama di un coltello che attraversa la mia carne. I due si allontanano, uno mi sputa addosso… ed ora le loro attenzioni si rivolgono nuovamente alla ragazza con gli occhi spalancati e pieni di terrore che mi fissano. Mugolando cerco di strisciare verso di loro, e con l’occhio buono sono costretto alla visione della violenza carnale che si consuma spietatamente di fronte a me. La ragazza inerme cerca di urlare, ma la voce le si strozza in gola prima di venire fuori. Muore dentro di sé. Sento freddo. Allungo una mano tentando di afferrare la caviglia di uno dei due, ma comincia a farsi buio. Sirene in lontananza. La fuga. Io e lei rimaniamo lì, a terra, giacenti e percossi. Provo a chiederle scusa. Non riesco a parlare. È buio. Passi. È buio. Scusami chiunque tu sia. Domani saremo inchiostro, nomi neri stampati su carta riciclata senza valore”.

Emilio Mantova

 

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