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Diritto – Al via il processo “Bossetti”, l’ennesima gogna mediatica

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Diritto – Al via il processo “Bossetti”, l’ennesima gogna mediatica
15 Luglio
07:34 2015

Caro Lettore,

il 3 luglio scorso si è celebrata la prima udienza del processo al muratore Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio della povera Yara Gambirasio.

Immediatamente si è scatenata la più classica delle corse alla “notizia”, con articoli di stampa o trasmissioni televisive che – anziché sforzarsi di comprendere quali siano i reali elementi di prova a carico dell’imputato – si sono concentrati sull’aspetto estetico del Bossetti in aula, sulla sua acconciatura o sul tono dell’abbronzatura, sull’espressione del viso o su eventuali reazioni a frasi pronunciate in aula da questa o da quella parte processuale: il tutto, sempre condito da quell’odiosa insinuazione volta a far trasparire profili di colpevolezza da ogni banalissimo gesto…

Lo strumento mediatico, oggi, condiziona enormemente l’opinione pubblica: è sufficiente leggere un qualsiasi articolo on-line, anche sulle maggiori testate giornalistiche, per rendersi conto della ferocia e della spietatezza dei commenti lasciati dagli utenti in calce allo scritto; il pressappochismo regna sovrano, con la stragrande maggioranza degli “scrittori” che – ben celati dietro l’anonimia della tastiera di un computer dislocato nel più remoto angolo della Terra – emettono sentenze di colpevolezza fondate sull’antipatia sviluppata nei confronti di questo o quel personaggio, piuttosto che sulla presunta stravaganza di un gesto o di un comportamento..!!!

Tutto questo oramai non stupisce più, eppure dovrebbe.

Avv.-Luigi-AnnunziataChi legge assiduamente questa rubrica conosce l’allergia del sottoscritto verso quei contenitori televisivi che – dopo aver ripercorso la carriera del cantante di turno o dopo aver concesso una tribuna elettorale a questo o quel personaggio politico – passano con assoluta nonchalance a “ricostruire” l’ultimo fatto di cronaca nera: la tendenza più recente, peraltro, fa sì che – a parlare di tali gravissimi avvenimenti – non vengano invitati magistrati, avvocati  o giuristi, ma showgirl decadute o saltinbanchi smaniosi di aumentare i rispettivi gettoni di presenza sul piccolo schermo.

Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Ma intendiamoci, chi scrive non ha nulla a favore o contro di questo o quel Massimo Bossetti: va però sottolineato ancora una volta che tutto quello che avviene al di fuori delle aule di giustizia non riguarda né può riguardare l’individuazione della responsabilità penale a carico di questo o quell’imputato, ma si riduce a semplice (spesso squallido) gossip.

Il pensiero non può essere rivolto solo alla povera vittima del crimine o alla cerchia di persone alla stessa legata, ma deve spingersi fino a considerare anche il dramma sconvolgente vissuto dai familiari dell’imputato e – perché no – dall’imputato medesimo: sì, perché spesso si dimentica che “imputatonon vuol dire “condannato” né “colpevole”.

E se, all’esito di anni di processo, fosse riconosciuto innocente..?!? Chi restituirà ad un soggetto finito per anni sulle prime pagine dei giornali la propria dignità? Chi lo ripagherà dei mesi o degli anni passati nel chiuso di una cella delle dimensioni di uno sgabuzzino, lontano dai propri affetti? Chi lo ripagherà del fango gettatogli addosso dai mass media, desiderosi di sbattere il mostro in prima pagina per vendere qualche centinaia di copie in più? Di certo non lo Stato, non la comunità…e ciò non solo per l’esiguità del risarcimento economico previsto in caso di ingiusta detenzione, ma perché la gravità e l’odiosità di certe accuse non si cancellano, restando impresse come un marchio indelebile su un soggetto che – uscito dall’incubo – proverebbe a ricominciare a vivere all’interno di una comunità che lo bollerà per sempre e comunque alla stregua di un assassino.

Tutte queste domande (chiaramente retoriche) dovrebbero porsele tutti quei “comunicatori” che improntano vere e proprie campagne mediatiche al seguito di questo o quel processo, confondendo troppo spesso la figura dell’imputato con quella – grazie al cielo ben diversa – del condannato o del colpevole, alla stregua di quello che gli americani crudelmente chiamano dead man walking (uomo morto che cammina).

Il processo per l’omicidio della povera Yara Gambirasio non si concluderà certamente in poche settimane, sicché avremo modo di tornare a parlarne anche con riferimenti più pregnanti agli sviluppi dell’istruttoria dibattimentale: l’obiettivo dell’intervento odierno non era evidentemente quello di analizzare nel dettaglio i fatti e le risultanze investigative posti dalla Procura di Bergamo a fondamento delle gravissime accuse rivolte a Massimo Bossetti, ma tendeva a segnalare l’inizio dell’ennesimo tormentone mediatico, spesso capace di influenzare non solo l’opinione pubblica, ma anche l’Autorità Giudiziaria.

Ciò che spesso sfugge, infatti, è che – nel nostro ordinamento – i crimini “di sangue” vengono giudicati in primo grado dalla Corte di Assise (e, nel grado successivo, dalla Corte di Assise di Appello), ossia da Organi giurisdizionali composti sia da giudici togati (ossia magistrati, in numero di due membri) che da giudici laici (ossia comuni cittadini, in numero di sei membri): tale peculiare composizione fa sì che l’opinione dei giudici laici (sei soggetti) prevalga – nel chiuso della camera di consiglio – su quella dei togati (soli due soggetti).

Appare dunque finanche evidente come, soprattutto in contesti territoriali in cui per anni non si è fatto altro che discorrere di quel tremendo fatto di cronaca che ha sconvolto l’intera comunità locale, la tentazione di attribuire a quello che è stato indicato e dipinto come “il mostro” la commissione di quel delitto potrebbe vincere anche eventuali discrasie emerse nell’agone processuale: non deve sorprendere, allora, se spesso – una volta giunti in Cassazione, dinnanzi a giudici esclusivamente togati – gli esiti processuali vengano completamente stravolti, privilegiandosi finalmente quello che sin dall’inizio avrebbe dovuto essere l’unico parametro di valutazione della colpevolezza dell’imputato, ossia la di lui penale responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Avv. Luigi Annunziata    

Foro di Roma

 

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