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Regione – Scuola: l’aumento di stipendio dei docenti si ferma a 85 euro

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Regione – Scuola: l’aumento di stipendio dei docenti si ferma a 85 euro
30 Ottobre
20:02 2019
Per arrivare a 100 i sindacati maggiori chiedono di tagliare i fondi per l’aggiornamento dei prof, ipotesi che viene bocciata dall’Anief. Per il giovane sindacato, comunque, servirebbero almeno 240 euro per allineare gli stipendi all’inflazione. Confermato lo sciopero.

Dalla Legge di Bilancio 2020, per il rinnovo del contratto del pubblico impiego arriveranno oltre 3 miliardi: non bastano per far raggiungere agli oltre 800 mila insegnanti italiani la quota dei 100 euro mensili in busta paga. È necessario reperire altri 500 milioni di euro. I sindacati sarebbero disposti a sacrificare la carta da 500 euro annui per l’aggiornamento dei docenti di ruolo. Anief non è d’accordo: per quale motivo, ancora una volta almeno una parte delle risorse per finanziare chi opera nella scuola pubblica deve essere reperita all’interno dello stesso comparto? Per noi è chiaro che non può essere quella indicata da altre sigle sindacali la strada per sbloccare la situazione. Stando così le cose, Anief conferma lo sciopero del 12 novembre, per chiedere anche di trovare fondi adeguati per il rinnovo del contratto di comparto. Marcello Pacifico, presidente nazionale: “Non si può pensare di risolvere il problema stipendiale con 40 euro netti medi a dipendente, pure a rate, visto che non coprono nemmeno il tasso d’inflazione prodotto negli ultimi anni e che andranno a regime in un biennio. Per noi l’incremento deve essere superiore a 250 euro, con l’impegno preciso di recuperare il gap, entro un triennio, rispetto alla media stipendiale dei colleghi europei”

Si fermerà probabilmente a 85 euro circa mensili l’aumento di stipendio riservato agli 800 mila docenti in servizio della scuola italiana: a dirlo è stato Il Sole 24 Ore, secondo il quale l’incremento a tre cifre di 100 euro promesso da Bussetti e successivamente confermato da Fioramonti sembra non potersi concretizzare per mancanza di fondi disponibili, problematica rispetto alla quale il Ministro non aveva nascosto la sua preoccupazione. E questo avviene sebbene siano “destinati all’istruzione – scrive Tuttoscuola – metà dei 3,2 miliardi riservati al pubblico impiego dalla Legge di Bilancio per il finanziamento del nuovo Ccnl 2019-21. Per raggiungere la quota dei 100 euro mensili in busta paga in più, però, sarebbe necessario reperire altri 500 milioni. Attualmente, a fronte di un aumento stipendiale medio di 95 euro al mese per gli impiegati della P.A., agli insegnanti spetterebbero solo altri 74 euro al mese a cui si aggiungerebbero 11,50 euro di elemento perequativo, per un totale di circa 85 euro”.

“I sindacati – continua la rivista specializzata – hanno proposto di recuperare 380 milioni di fondi riducendo i finanziamenti relativi alla Carta del docente; il Ministero sembra disponibile a percorrere questa strada, anche in ragione del fatto che la maggior parte dei docenti ha utilizzato la card per acquistare hardware e software anziché iscriversi a corsi di aggiornamento o programmi di formazione. Lontano, in ogni caso, resta l’obiettivo legato al raggiungimento dello standard europeo: se in Italia il salario annuo lordo dei docenti è di 28.147 euro, in Francia è di 33.657 euro e in Germania arriva addirittura a 55.926 euro”.

Il sindacato ricorda che dalla scorsa primavera, nel vago accordo di Palazzo Chigi, c’era stato un preciso impegno da parte del premier Conte di dare un forte spinta agli importi degli stipendi dei lavoratori della scuola, quindi Ata compresi che ad oggi prendono meno di tutti nella PA, in modo da adeguarli alla media europea, avanti di almeno il 30%. “In pratica – commenta Marcello Pacifico, leader dell’Anief – si sta andando verso un incremento addirittura inferiore a quello del Governo Pd guidato da Matteo Renzi, pari a 85 euro lordi medi mensili. La somma, pari al 3,48%, ha solo intaccato l’inflazione, che negli ultimi anni, tra il 2007 e il 2015, è avanzata di ben 8,1 punti. Sempre considerando che nel frattempo i contratti dei lavoratori privati sono stati rinnovati con incrementi ben maggiori, attorno ai 150 euro”.

Anief ritiene che sui compensi dei dipendenti della scuola dovrebbero essere adottate delle misure speciali. Perché stiamo parlando degli stipendi più bassi di tutto il comparto pubblico, come ha detto anche l’ultimo rapporto Eurydice: anche lo studio “Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe 2017/18”, incentrato sulle principali variazioni degli stipendi tabellari negli ultimi tre anni, è stato chiaro mettendo a confronto i compensi dei docenti delle scuole pubbliche pre-primarie, primarie e secondarie di 42 Paesi europei, focalizzandosi, è emerso che l’importo degli stipendi medi lordi dei nostri insegnanti è di appena 28.147,00 euro, cifra su cui pesano molto gli oltre mille euro di potere d’acquisto perso solo negli ultimi sette anni e che colloca gli insegnanti agli ultimi posti Ue rispetto ai colleghi dei Paesi avanzati.

“Stiamo parlando -– continua Pacifico – di un gap retributivo non più tollerabile. I motivi sono noti: dal disallineamento degli stipendi dall’inflazione, misurabile in dieci punti percentuali dell’attuale stipendio rispetto al blocco decennale del contratto e ai già deludenti aumenti del 3,48% dell’ultimo rinnovo 2016/2018, all’invalidità finanziaria nelle assunzioni per via dell’abolizione del primo gradone stipendiale voluto dal CCNL del 4 agosto 2011 e coperto dalla Legge 128/12; dalla disparità di trattamento negli scatti stipendiali tra personale a tempo determinato e indeterminato, contraria al diritto dell’Unione Europea, come certificato dalla Cassazione, al mancato adeguamento dell’organico di fatto a quello di diritto, che continua ad essere attuato dallo Stato per contenere la spesa nell’erogazione del servizio scolastico e che nel sostegno dal 2013 è stato addirittura legalizzato”.

Quello che fa rabbia è che gli incrementi superiori al 5% hanno di recente riguardato Paesi come la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Repubblica Ceca, la Romania e la Slovacchia. Pure sulle progressioni di carriera siamo sovrastati: in Svizzera, ad esempio, l’obiettivo del compenso massimo (il 50% in più di quello iniziale) si raggiunge dopo soli 25 anni di carriera; mentre in Francia, l’incremento massimo è del 70% dello stipendio iniziale e si raggiunge dopo 30 anni di servizio. In Italia è di circa il 50% e ci si arriva solo dopo 35 anni di anzianità. Il sindacato continua ad invitare i dipendenti pubblici a presentare ricorso al giudice del lavoro, al fine di adeguare l’indice al tasso IPCA reale e non aggiornato dal settembre 2015. (Fonte: comunicato stampa)

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