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Il caso “marò”: l’Italia è ancora una potenza mondiale..?

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Il caso “marò”: l’Italia è ancora una potenza mondiale..?
12 Maggio
07:02 2015

 

 

Caro Lettore,

ci occupiamo oggi di una vicenda oltremodo complessa e spinosa, legata – come purtroppo noto – all’arresto ed alla perdurante detenzione di due fucilieri della Marina Militare italiana (cosiddetti “marò“) da parte dello Stato indiano, avvenuto ormai oltre tre anni fa.

Si tratta, evidentemente, di una vicenda non semplice da riassumere e commentare, viste le molteplici implicazioni politiche e giuridiche che vi sono connesse: quel che è certo, tuttavia, è che l’Italia e la sua diplomazia non ne escono in maniera edificante, lasciando non pochi dubbi circa l’attuale peso internazionale del nostro amato Paese.

Ma procediamo con ordine.

Il 15 febbraio 2012, al largo delle coste indiane del Kerala, la petroliera battente bandiera italiana Enrica Lexie navigava alla volta di Gibuti con a bordo un equipaggio di 34 persone e 6 fucilieri della Marina Militare italiana (tra cui anche il capo di 1ª classe Massimiliano Latorre ed il secondo capo Salvatore Girone), comandati in missione di protezione della nave mercantile in acque notoriamente ad alto rischio di attacchi di pirateria.

Poco distante dalla nave italiana, si trovava il natante indiano St. Antony, con a bordo un equipaggio di 11 persone: intorno alle 16:30 (ora locale) le due imbarcazioni incrociavano pericolosamente le rispettive rotte; i marò a bordo della petroliera italiano, convinti di trovarsi nel bel mezzo di un attacco pirata, sparavano in direzione del natante indiano, uccidendo due membri dell’equipaggio.

Pochi minuti dopo la guardia costiera indiana contattava via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse rimasta coinvolta in un attacco pirata: dopo aver ricevuto conferma dalla petroliera italiana, richiedeva alla stessa di attraccare al vicino porto di Kochi; il comandante dell’Enrica Lexie, pur non avendo alcun obbligo giuridico in tal senso (essendovi peraltro dubbi in ordine alla sovranità territoriale indiana rispetto al punto di mare aperto in cui si era verificato il conflitto a fuoco), aderiva alle richieste della guardia costiera indiana ed approdava nel porto indiano di Kochi.

Il 19 febbraio 2012, i due marò che avevano esploso i colpi (vale a dire, i già citati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone) venivano arrestati con l’accusa di omicidio e sottoposti a custodia cautelare.

Fin dai giorni immediatamente seguenti, l’Italia – attraverso l’ambasciatore in India, diversi mediatori internazionali ed i Ministri degli Esteri succedutisi – tentava, attraverso la via diplomatica, di scongiurare l’intervento dell’Autorità Giudiziaria indiana, sostenendo il difetto di giurisdizione dei tribunali indiani e l’immunità funzionale dei marò italiani.

Tuttavia, nonostante gli sforzi indubitabilmente compiuti dalle diverse Autorità italiane a vario titolo intervenute nella gestione della vicenda, la via diplomatica non ha riportato particolari successi, tanto che – proprio in questi giorni – sembrerebbe che gli inquirenti indiani si stiano apprestando a formalizzare il capo di imputazione nei confronti di Latorre e Girone (verosimilmente per omicidio volontario), così esercitando l’azione penale e dando avvio al relativo processo.

Avv.-Luigi-AnnunziataTali novità – del tutto prevedibili, ed anzi forse tardive, essendo ormai trascorsi oltre tre anni dal fatto – avrebbero finalmente determinato il Governo italiano a cambiare strategia, abbandonando la via diplomatica per affidarsi a quella tecnico-giuridica, ricorrendo allo strumento dell’arbitrato internazionale (ossia ad un vero e proprio contenzioso) per stabilire l’effettiva giurisdizione sulla vicenda.

Meglio tardi che mai, potrebbe dirsi; non v’è chi non veda, infatti, come questa appaia – e per la verità appariva già tre anni fa, nell’immediatezza dei fatti – la sola soluzione validamente percorribile.

Certo è semplice “parlare dopo” e criticare l’operato altrui, perché sono certo che solo chi non fa non sbaglia.

E’ altrettanto vero, tuttavia, che la via diplomatica sembrava sin da subito – da un punto di vista squisitamente tecnico-giuridico – improduttiva di risultati apprezzabili, e ciò per tutta una serie di ragioni: da un lato, a mero titolo esemplificativo, la sordità e – per certi versi – l’ottusità degli interlocutori indiani, insensibili a qualsiasi iniziativa anche oggettivamente meritevole posta in essere dal Governo italiano e/o dalla difesa degli stessi marò; dall’altro lato, lo scarso peso politico degli interlocutori che si sono alternati in rappresentanza del Governo e dello Stato italiano.

Ebbene, a prescindere da ulteriori valutazioni in ordine all’operato delle Autorità italiane, si è purtroppo costretti a constatare l’inopinata perdita di peso politico-istituzionale da parte del nostro Paese.

Probabilmente non vi sono più i sommi statisti di una volta a rappresentare l’Italia nelle sedi internazionali, ma – al di là dei personalismi, spesso di cattivo gusto – spiace ammettere come il Bel Paese non goda più da diverso tempo di quella forza autoritativa che ci si aspetterebbe da uno dei membri del G7, ossia delle sette più importanti potenze mondiali.

Inutile sottolineare, dunque, come anche l’eventuale scelta di intraprendere – con oltre tre anni di ritardo – la paventata strada dell’arbitrato internazionale non assumerebbe i contorni di un “atto di forza”, apparendo piuttosto come un (tardivo) disperato tentativo di recuperare – soprattutto agli attenti occhi della comunità internazionale – un briciolo di credibilità.

Impossibile prevedere la riuscita di una tale strategia.

E tuttavia, all’uomo della strada, a fronte di tutti gli accadimenti succedutisi negli ultimi anni sulla pelle dei due marò, residua però una domanda, certamente banale e per certi versi approssimativa, ma comunque interessante: cosa sarebbe successo se quei due fucilieri, quei figli della Patria, fossero stati americani..?!? Siamo sicuri che le cose sarebbero andate allo stesso modo..?!?

Avv. Luigi Annunziata    

Foro di Roma

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