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Editoriale Frosinone – Quanto sarebbe bello mettere di più le “palle in campo”

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Editoriale Frosinone – Quanto sarebbe bello mettere di più le “palle in campo”
18 Giugno
16:51 2018

 

 

Quando Federico Dionisi a inizio partita ha quasi poggiato in faccia a “siamo venti volte più forti” Nestorovski  il gagliardetto del Frosinone, avevamo già percepito nell’aria lo spirito del caro vecchio Matusa, in trasferta al Casaleno. Nel nuovo, bello,  ma ancora acerbo, stadio “Stirpe”.

Forse é successo la notte prima, forse dopo l’incredibile pareggio del Foggia al 90esimo che aveva negato la serie A. Fatto sta che qualcosa deve esser capitato. Visto che uno stadio ancora imberbe e, diciamolo, ancora un po’ “borghesotto”, si è trasformato in uno scenario da guerriglia. Una Sierra Maestra che non ha risparmiato niente e nessuno. Contrasti ruvidissimi, pubblico con la bava alla bocca, tifo opprimente, le linee del campo aggredite da cori e urla. Tanto che quella dell’area di rigore deve aver vibrato, mandando in confusione anche la terna arbitrale nella bolgia infernale. Era rigore o no? Ancora oggi non l’abbiamo capito del tutto, ma sinceramente non ci interessa più. Uno “Stirpe” finalmente smaliziato, con l’erba che brucia, è stato l’hombre del destino nella sera più importante. I giocatori hanno intuito che, in quell’ora e mezza di resa dei conti, c’era qualcosa di più di una partita di calcio. Brutti, sporchi e cattivi. A ognuno di loro è stato metaforicamente chiesto, con un francesismo, di mettere “le palle in campo”. E sono letteralmente arrivate. Dalla curva, dalla panchina, da dovunque sono volati i palloni sull’erba. Ora, per carità, sportività imporrebbe di censurare certi gesti. Ma, suvvia, non sono stati di certo 2 o 3 palloni in campo o un minuto di tempo volato nel nulla a far vincere la partita, a portare il Frosinone in serie A. La promozione era cosa che doveva arrivare sotto al Campanile un anno o un mese fa. La sfortuna, regolamenti cervellotici, il destino, un pizzico di autolesionismo, l’assenza dell’ultima scintilla di “tigna” hanno sbarrato le porte del Paradiso. Come succede nella vita a tanti, troppi. Che meritano traguardi, soddisfazioni, riconoscimenti e a volte l’affetto che non avranno mai. E alla fine si rassegnano. I palloni scagliati sul campo dello Stirpe sono un po’ la ribellione di una sera di chi respinge il solito epilogo: le cose finiscono male, in beffa, al di là dei demeriti. Non saranno il massimo della sportività, ma sono zuppi di romanticismo. Sono “sturm und drang” contro una realtà più prosa che poesia, che spesso punisce e irretisce i sognatori. Gesto istintivo, criticabile e censurabile. Si prenderanno multe o sanzioni. Forse la crocifissione in pubblica piazza, per far contenti i Savonarola. Ma si accetterà tutto col sorriso.

Resteranno però nella mente quei palloni impetuosi e irrazionali. Quante volte nella vita avremmo voluto impedire che qualcosa in cui abbiamo creduto ostinatamente finisse ingiustamente in frantumi? Quante volte abbiamo provato paura e ci siamo bloccati sul traguardo? Lì non abbiamo mai un pallone da scagliare in campo. Una serata di calcio un po’ sopra le righe di un pubblico generalmente corretto ed esemplare, ci incoraggia un po’ tutti a dare di tutto (e di più) per i nostri obiettivi. In Ciociaria, poi, ce ne sarebbero di palle da mettere in campo. Esportando la ruvida “tigna” di sabato sera anche fuori dallo stadio. Contro la fabbrica che inquina, contro le file interminabili per un’ecografia, contro bollette da infarto e servizi scadenti, contro i troppi ciarlatani che hanno svenduto fra le discariche una terra splendida, insieme al futuro dei propri ragazzi. Perdonateci, è sbagliato, non lo facciamo più. Torniamo ad essere sportivi e politicamente corretti come ci avete conosciuto. Ma quanto sarebbe bello prendere un po’ tutto a pallonate ancora per un po’.

Alessandro Redirossi

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