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Frosinone – Ares 118 in prima linea contro il Covid-19. Hanno sfidato la morte per salvare vite

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Frosinone – Ares 118 in prima linea contro il Covid-19. Hanno sfidato la morte per salvare vite
23 Maggio
12:49 2020
Sono gli uomini e le donne del 118, in prima linea quando si tratta di emergenza. Loro i primi ad entrare in casa di persone potenzialmente infette. E più volte al giorno

Negli ultimi tre mesi sono arrivati a gestire 165 mila richieste di aiuto, per un totale di oltre 97 mila interventi su tutto il territorio regionale. Una mole di lavoro impressionante: l’unico interesse è salvare vite. A raccontarci l’impegno ma anche le paure di medici, infermieri e tecnici pronti a rispondere alle nostre richieste di aiuto è il direttore sanitario di Ares 118, il dottor Domenico Antonio Ientile.

Abituati da sempre all’emergenza, eravate pronti a fronteggiare anche questa?

Sono stati mesi assolutamente difficili e impegnativi, ma possiamo dire che Ares 118 sia riuscita a garantire quotidianamente il proprio supporto al sistema sanitario regionale. Il fatto di essere abituati a lavorare in emergenza ha ormai consolidato una certa forma mentis, che ci ha sicuramente aiutato nelle situazioni più complicate. Mi permetta di ringraziare tutti gli operatori e le operatrici Ares 118 per l’impegno e la professionalità profusi durante le giornate più complicate di questa pandemia.

Gli operatori sono stati messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza?

Abbiamo avuto, come tutte le aziende sanitarie italiane, delle difficoltà nel reperimento dei DPI, ma siamo comunque riusciti a far lavorare tutto il personale in assoluta sicurezza. Ci ha molto aiutato il fatto di avere, proprio in virtù della peculiarità del nostro lavoro nel panorama sanitario regionale, adeguate scorte di DPI presso il nostro Servizio Logistico, già prima dell’inizio della pandemia.

Ad inizio emergenza nel Lazio si lamentava una carenza di organico. Come avete risolto?

Tutte le aziende sanitarie laziali sono affette da carenze di organico perché, a causa del piano di rientro sostenuto negli anni scorsi dalla nostra Regione, non è stato possibile effettuare il dovuto turnover del personale. Le misure straordinarie di assunzione, previste nei decreti governativi e nelle ordinanze regionali per affrontare la diffusione del Covid-19, ci hanno permesso di reclutare figure professionali aggiuntive in questi mesi di super lavoro.

Quante chiamate al giorno siete arrivati a gestire tra ‘sospetti Covid’ ed emergenza ‘ordinaria’?

Il numero delle chiamate è stato imponente soprattutto nelle fasi iniziali della pandemia: nel periodo che va dal primo febbraio al 30 aprile, sono arrivate 165 mila richieste di aiuto dal territorio regionale. I cittadini hanno preso d’assalto i numeri di emergenza ogni volta che, soprattutto nella  fase iniziale, i media riportavano nuovi casi all’interno del territorio nazionale. Le chiamate oscillavano dunque sull’onda emotiva del momento e riguardavano soprattutto informazioni sulla diffusione del virus, sulla sua contagiosità, sui provvedimenti governativi.

L’istituzione del numero verde regionale 800118800, voluto dalla Regione e gestito da Ares118, ha permesso di deviare questo flusso di chiamate, lasciando le linee di emergenza alle reali necessità di salute dei cittadini. Il numero verde riceve in media 1500 chiamate al giorno e, da inizio aprile, lo abbiamo implementato attivando un servizio di supporto psicologico dedicato a tutti i cittadini del Lazio.

I numeri ci dicono che le chiamate per patologia respiratoria o infettiva, che sono le categorie in cui sono catalogati i casi “sospetti Covid”, sono cresciute arrivando ad essere circa il 30% del totale delle chiamate. Di fatto, una chiamata su tre riguardava casi di sospetta infezione da Covid-19.

Di contro, sono calate di molto le chiamate dei cittadini per altri tipi di patologia: abbiamo avuto una riduzione di trasporti in ospedale stimabile tra il 20 ed il 25% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Basti pensare che l’incidentistica stradale, che è uno dei motivi maggiori per cui i cittadini si rivolgono al 118, si è praticamente azzerata per via delle misure di riduzione della mobilità previste dal lockdown.

Quanti interventi avete eseguito e quale è stata la difficoltà maggiore?

Nel trimestre che va dal primo febbraio al 30 aprile, abbiamo effettuato 97.920 interventi sull’intero territorio regionale. Di questi, quasi 20mila sono stati interventi per patologie respiratorie e/o infettive.

Nella provincia di Frosinone, durante lo stesso trimestre, gli interventi totali sono stati 6.367, di cui 1.273 per patologia respiratoria e/o infettiva. Non c’è stata una difficoltà maggiore, c’è stato molto lavoro.

Come è cambiato il lavoro di chi opera oggi nel 118?

Il primo pensiero di chi lavora al 118 deve essere quello di operare in sicurezza, in qualsiasi scenario sia chiamato ad intervenire. Durante questa pandemia, ho potuto constatare che si è posta ancora più attenzione al tema della sicurezza individuale, anche perché ogni operatore ha dovuto convivere con il timore di poter essere un veicolo di contagio per i propri cari.

Come è cambiato il rapporto con il paziente?

Molti dei nostri operatori, nelle interviste rilasciate ai media in questi mesi, hanno evidenziato come il rapporto con il paziente sia inevitabilmente cambiato, a causa dei DPI che mettono una sorta di “barriera” tra sanitario e paziente. Il nostro lavoro, oltre che di professionalità specifica, è anche fatto di umanità ed empatia: uno sguardo, un sorriso, una carezza possono fare molto in un momento in cui il paziente incontra la malattia. E noi siamo il primo punto di contatto del cittadino con il sistema sanitario che lo prenderà in cura.

Com’è adesso la situazione generale e in particolare nella centrale operativa di Frosinone?

La situazione generale è nettamente migliorata su tutto il territorio regionale. La Centrale operativa di Frosinone registra un numero di chiamate per patologie infettive o respiratorie che è assolutamente sovrapponibile con quello dello stesso periodo dello scorso anno. Adesso la sfida sarà quella di tornare lentamente alla normalità, facendo attenzione a porre in essere i giusti comportamenti per evitare che ci sia un nuovo incremento dei casi.                                                                                                                                      A.C.

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