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FOCUS – Omicidio Willy, il criminologo e sociologo Marino D’Amore spiega il bullismo violento

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FOCUS – Omicidio Willy, il criminologo e sociologo Marino D’Amore spiega il bullismo violento
12 Ottobre
10:24 2020
(di Anna Ammanniti) Il bullismo è una forma di comportamento violento e intenzionale, può essere di natura fisica o psicologica.

Generalmente il termine bullismo viene utilizzato per indicare fenomeni di violenza tipici dell’ambiente scolastico e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Negli scorsi anni questo fenomeno era ristretto ad atteggiamenti sì violenti che andavano ad offendere psicologicamente o fisicamente la vittima, ma mai come in questo ultimo periodo il bullismo era sfociato in feroce violenza tanto da causare morte. Lo scorso 6 settembre a Colleferro, il giovane Willy Monteiro è stato ucciso, pugni e calci gli hanno causato la morte. Un branco, partito di Artena, lo ha aggredito ed ucciso. Sono stati arrestati per omicidio volontario quattro ragazzi. Dopo la tragedia di Willy è saltato fuori che due dei ragazzi arrestati, i fratelli Bianchi, avevano un curriculum da picchiatori seriali. Prima del pestaggio di Willy, diverse volte infatti si erano accaniti contro altri giovani. Abbiamo parlato dell’argomento con il criminologo e sociologo Marino D’Amore, docente dell’Università Niccolò Cusano.  

Willy ucciso di botte. L’evoluzione del bullismo, del piccolo “boss” di quartiere negli ultimi anni è sfociato in violenza pura. A cosa è riconducibile il fenomeno?

La violenza è un evento esecrabile, un disvalore, ma storicamente è un fenomeno sociale. La mancanza di punti di riferimento stabili, la presenza e l’emulazione di modelli sbagliati, soprattutto nel momento della socializzazione, e l’assenza della possibilità un futuro da poter pianificare rappresentano tutti elementi che influenzano la costruzione dell’identità e lo sviluppo delle relazioni. Tutto questo scatena dinamiche di prevaricazione riconducibili a un bullismo fuori da ogni tempo, in cui perde significato ogni sorta di categoria valoriale che punta alla convivenza, alla solidarietà e all’aiuto reciproco. Emerge uno sfrenato individualismo che si unisce, in determinati contesti, allo svuotamento del significato della vita in quanto tale e all’apparente sensazione di una costante immunità rispetto alla sanzione.  

Una gioventù allo sbando, cosa sta mancando ai ragazzi e in cosa i genitori stanno sbagliando e cosa potrebbero fare?

Ai ragazzi mancano i modelli da imitare, come dicevo, e un terreno comune da condividere con i genitori in cui costruire un dialogo e ristabilire una necessità strutturale ossia quella dei ruoli. Ruoli che in contesto familiare devono abbandonare la dimensione amicale e riacquistare non l’autorità, ma l’autorevolezza genitoriale, elemento fondamentale che troppe volte viene meno e si affida alla socializzazione e alla socialità di altri contesti dove si ricercano modelli sostitutivi troppe volte sbagliati.  

Per l’omicidio di Willy sono state arrestate quattro persone, due delle quali sono fratelli, Marco e Gabriele Bianchi. L’identità dei fratelli Bianchi è costruita intorno alla fama di picchiatori, secondo lei perché la società nel 2020 è rimasta ancorata alle leggi del “territorio” dell’uomo primitivo? Ha una spiegazione scientifica e sociologica il desiderio continuo di prevaricazione sull’altro?

I fattori sono diversi: come le dicevo sono circostanze che si ripetono dove influisce il contesto familiare e sociale, perché si emula qualcuno che riteniamo legittimo, qualcuno che c’insegna che la via della prevaricazione è l’unica percorribile e che reitera una formazione fondata sull’imposizione di sé stessi sugli altri. Una manifestazione di potenza che rappresenta l’unico modo conosciuto di relazionarsi e nascondere una palese incompetenza sociale.

L’atteggiamento da bullo, da palestrato, da “fighetto” immortalato nelle foto postate sui social denota l’aver poca stima di sé stessi ed essere sempre nella continua ricerca di consensi e approvazione? È un’esigenza che oggi richiede la società, se non sei in posa sui social non sei nessuno? Cosa spinge i giovani a seguire gli stessi modelli e schemi di vita?

Il senso di appartenenza, l’esigenza di sentirsi inclusi in un gruppo, anche se digitale, che genera necessità di omologazione e condivisione di mode e stili di vita. Come nota le pose e le immagini sono tutte molto simili e servono a sentirsi parte di una massa. Un comportamento che è conseguenza di quello che in gergo si chiama F.O.M.O, fear of missing out, la paura di essere esclusi che si combatte comunicando costantemente la propria presenza attraverso i social network.  

La società cosa può fare per aiutare i giovani a trovare la propria identità?

Sembrerò retorico e forse fuori dal tempo, ma l’unico modo per combattere l’ignoranza che genera la violenza è la diffusione della cultura, ma non una cultura nozionistica o tecnica, ma quella che governa ogni società, che ne rappresenta la tradizione, i valori di mutua solidarietà e l’accettazione della differenza che ormai ne rappresenta l’identità. Una cultura che va insegnata a casa e nelle scuole, tramandata con le parole ma soprattutto con gli esempi. Sembra, ripeto, retorica superficiale ma questa è l’unica soluzione possibile.

Anna Ammanniti

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