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FOCUS – Il criminologo Marino D’Amore spiega il delitto di Lecce: killer “analfabeta emotivo” con personalità narcisista

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FOCUS – Il criminologo Marino D’Amore spiega il delitto di Lecce: killer “analfabeta emotivo” con personalità narcisista
01 Ottobre
20:30 2020
(di Anna Ammanniti) Eleonora Manta e Daniele De Santis sono stati uccisi con 60 coltellate lo scorso 21 settembre nel loro appartamento di via Montello a Lecce. Un duplice omicidio pianificato nei dettagli dall’ex inquilino dei due fidanzati, Antonio De Marco.

Il presunto killer è un giovane di 21 anni, studente di scienze infermieristiche, vestito con tuta da sub con in tasca la mappa delle telecamere di sorveglianza installate nella zona è entrato nell’appartamento della coppia e con agghiacciante freddezza ha colpito le vittime con 60 coltellate. Abbiamo parlato del delitto di Lecce con il sociologo della comunicazione, criminologo e giornalista Marino D’Amore docente all’Università Niccolò Cusano.

Antonio De Marco, reo confesso dell’omicidio di Daniele De Santis e della sua fidanzata Eleonora Manta, viene descritto come un ragazzo timido, riservato, un uomo che “non sa sorridere”. Secondo lei la premeditazione del delitto di Lecce da cosa nasce?

La premeditazione nasce da una condizione psicologica tenuta nascosta per tanto tempo dietro un’immagine esteriore di pseudonormalità. L’apparente timidezza, un atteggiamento schivo e riservato hanno nascosto la sua vera natura: quella di un incompetente sociale, più precisamente di un analfabeta emotivo, ossia di un soggetto che non sa interpretare e gestire le proprie emozioni, ma soprattutto quelle degli altri, non sa decodificarle correttamente, questo lo rende incapace di provare empatia e compassione e quindi un potenziale autore di azioni esecrabili come quelle omicidiarie.

Odio, invidia e mancanza di empatia, un mix micidiale che può portare ad uccidere?

In determinate condizioni psicologiche purtroppo si, soprattutto quando queste non manifestano sintomi visibili che possano permettere un’azione clinica adeguata e preventiva. In questo caso le componenti destabilizzanti sono molte: è evidente che Antonio De Marco abbia una personalità narcisista patologica, che lo rende incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti ed i bisogni degli altri, come detto, ma soprattutto che alimenta la propria autostima. Una commistione di fattori che fa sì che il soggetto non accetti rifiuti, non metabolizzi quella che lui ritiene un’esclusione, come l’allontanamento dall’appartamento, e che lo rendono freddo e imprevedibile nel pianificare un atto così drammatico.

“Li ho uccisi perché erano troppo felici”, una delle frasi agghiaccianti che sarebbero state pronunciate da Antonio De Marco, in quale contesto emotivo possiamo inserire tale espressione?

Innanzitutto una frase così grave e disarmante va contestualizzata sicuramente in un discorso più ampio che noi non conosciamo e che potrebbe rivelare altri aspetti della personalità del soggetto. In riferimento alla sfera emotiva possiamo inserire tali affermazioni un una mancata percezione della realtà che, all’interno delle motivazioni sopracitate, relega un atto così efferato nella dimensione della reazione a un torto insopportabile, subito e non accettato, come la felicità altrui. Una felicità che per un narcisista e analfabeta affettivo, oltre a non essere compresa, viene vissuta come una condizione che nessuno merita, a parte il soggetto stesso. Un’ingiusta privazione che va vendicata e la vendetta viene considerata un atto dovuto, quasi normale per una personalità profondamente destabilizzata.

Il killer confessa di aver fatto una “cavolata”. Un’espressione che denota “leggerezza” riguardo un fatto gravissimo, come si può spiegare una tale freddezza nell’inquadrare un duplice omicidio come una “cavolata”?

Si può spiegare innanzitutto con una mancata percezione della realtà e delle sue dinamiche, un deficit che ne costruisce un’altra, una propria visione del reale in cui le regole, le gerarchie valoriali vengono sovvertite e la gravità delle azioni viene ridimensionata secondo i parametri di quella stessa visione irrazionale. Un tentativo di normalizzare e rendere accettabile a sé stessi ciò che non è accettabile socialmente in quanto pura e semplice e barbarie. Inoltre, una mancata costruzione della personalità all’interno di processi socializzazione, primaria e secondaria, deficitari ha sicuramente condotto a quella incompetenza, che insieme alla sua autostima ormonata ha causato gli errori logistici grazie a cui è stato individuato, e anaffettività sociale che lo ha condotto a colpire le vittime in modo così efferato, infierendo sui corpi in maniera quasi meccanica, e a partecipare a una festa la sera dopo l’omicidio. Anche la dichiarata volontà di tortura andrebbe analizzata per comprendere che tipo di appagamento avrebbe arrecato al soggetto e contestualizzare meglio l’azione omicidiaria, insieme a un eventuale componente passionale che nel narcisista trasforma la persona amata in oggetto da odiare ed eliminare. Tutte domande che troveranno risposta con l’attività indagatoria, quella clinica e con il tempo.

Anna Ammanniti

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