Aggiornato alle: 17:16 di Lunedi 30 Novembre 2020
Testata Giornalistica Telematica n.1/12

FOCUS – Autopsie sui morti per Covid, i medici insorgono contro il “lockdown della scienza”

 ULTIME NOTIZIE
FOCUS – Autopsie sui morti per Covid, i medici insorgono contro il “lockdown della scienza”
06 Giugno
15:00 2020
Uno studio condotto a metà aprile dall’Istituto Superiore di Sanità evidenzia che il 59,8% dei pazienti italiani positivi a Sars-Cov-2, successivamente deceduti, soffriva di almeno tre diverse patologie pregresse; il 21,3% presentava due patologie; il 14,9% una patologia; solamente il 3,9% dei pazienti deceduti non aveva malattie preesistenti.

L’analisi è stata effettuata su un campione di 18.641 infettati. Nelle 93% delle diagnosi di ricovero erano menzionate condizioni come polmonite ed insufficienza respiratoria; tra i sintomi più comunemente osservati prima del ricovero venivano elencati febbre, dispnea, tosse, compatibili con Covid-19; meno frequenti diarrea ed emottisi; il 5,7% delle persone non presentava alcun sintomo al momento del ricovero. L’età media dei deceduti positivi è 80 anni, 85 per le donne e 79 per gli uomini. Il report statistico però non basta: la morte per Covid, o con Covid, resta un interrogativo con quadri variabili. In tale contesto, solamente l’autopsia può fornire una “fotografia” dell’evoluzione della malattia nell’organismo umano, stabilire le cause effettive del decesso, fornire elementi validi per individuare le opportune terapie.
Così si legge nella circolare del Ministero della Salute emessa ad inizio emergenza «Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero, sia se deceduti presso il proprio domicilio». I medici specializzati in Anatomia Patologica non hanno mai concordato con il “consiglio” dettato: in effetti l’autopsia è un esame che consente di conoscere una malattia nuova come il Covid, capirne l’origine, sciogliere nodi clinici irrisolti. La scienza ancora non è in grado di confermare dove si localizzi l’infezione, quale sia l’effettivo decorso, i danni nei polmoni: è un materiale prezioso, sono tutte notizie che aiutano la ricerca nella lotta per sconfiggere il virus. Da alcune autopsie effettuate da patologi “disobbedienti”, tra cui il prof. Paolo Dei Tos, Dirigente di Anatomia Patologica all’Università di Padova e la dr.ssa Gina Quaglione, Direttore del Reparto di Anatomia Patologica di Teramo, è emerso che «Il virus resta all’interno dei liquidi biologici per alcuni giorni dopo il decesso; non si tratta di una banale polmonite, che evolve attraverso quadri di stress respiratorio acuto, ma è un’alterazione dell’alveolo con depositi di materiale che compromette anche la funzione del cuore». I dati frammentari raccolti nelle indagini istologiche effettuate ad inizio della fase acuta dell’epidemia hanno confermato l’intuito che rianimatori ed infettivologi avanzavano sul quadro clinico, totalmente inaspettato: una malattia sistemica di tipo vasculitico e tromboembolico su base iperinfiammatoria più che una polmonite virale severa «L’ossigeno veicolato dai globuli rossi non passa perché i tessuti dei polmoni si inspessiscono e nei capillari si formano dei microtrombi che, appunto, impediscono il regolare trasporto dell’ossigeno nel corpo. Le ostruzioni provocano il collasso polmonare, per cui il paziente muore soffocato». Una patologia a partenza polmonare ma estesa a reni, cuore ed anche cervello. È inconfutabile che tali aspetti abbiano avuto un peso enorme sul piano terapeutico: a seguito di queste scoperte i medici, a suo tempo, hanno iniziato ad usare nelle terapie anche gli anticoagulanti, tipo l’eparina, il cortisone ed altri antinfiammatori biologici come il Tocilizumab, cure più mirate ed efficaci «Lavorare sulla coagulazione ha rappresentato un’arma vincente nel trattamento dei pazienti». Non si può rinunciare a delle informazioni così importanti per la ricerca scientifica: i medici sostengono che «La mancata indagine istologica eseguita sui decessi Covid rappresenta un “lockdown della scienza”».
Così il professor Cristoforo Pomara, che dirige l’Istituto di Medicina Legale di Catania, in un’intervista «Ci stiamo organizzando contro il “lockdown della scienza”. Siamo medici legali, anatomopatologi biochimici, anestesisti e clinici, di Foggia, Trieste, della Sapienza di Roma, Catanzaro, Catania, Messina e Torino. Abbiamo deciso di fare da soli, visto che lo Stato non vuole utilizzare le nostre conoscenze. Stiamo collezionando le autopsie fatte nei nostri rispettivi istituti, che sono poche e quasi tutte ordinate dall’autorità giudiziaria. Mettiamo assieme gruppi di ricerca, informazioni preziose, stiamo attentissimi a quello che pubblicano gli altri scienziati nel mondo e studiamo i tessuti sotto varie forme: le loro alterazioni, la biochimica, la patologia molecolare. Tutto in autofinanziamento. La circolare del Ministero dice espressamente che le autopsie non si dovrebbero fare: in sostanza, chi ordina di fare autopsie, cioè direzioni sanitarie e magistrati, si assume la responsabilità in caso di contagio fra i medici. Vorrei ricordare che il nostro sistema prevede l’obbligatorietà dell’autopsia a fini diagnostici quando non si conosce esattamente la causa della morte. Dallo Stato mi aspetterei un invito alla ricerca, per prevedere eventuali ricadute: i morti parlano, come si dice, e le autopsie sono fondamentali per cercare le risposte giuste».
Probabilmente c’è stato un eccesso di zelo da parte del Ministero, che ha generato non poco disappunto. Ed in virtù di cotanta contrarietà, un “ripensamento” per voce della sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa che, rispondendo in Commissione Affari Sociali ad un’interrogazione sul tema, ha “aggiustato” il tiro reputando la vicenda come un clamoroso equivoco «La circolare del Ministero della salute non detta alcun divieto di effettuare autopsie, né potrebbe farlo, considerato che non è un atto normativo di livello primario. Tuttavia, al fine di tutelare la salute degli operatori sanitari, con la circolare si è raccomandato di limitare il ricorso a tale tipo di riscontro diagnostico. In altri termini, considerati i rischi connessi all’effettuazione delle autopsie, si è inteso salvaguardare la salute e la sicurezza dei professionisti sanitari, nonché la salute degli operatori del settore funerario e, naturalmente, della popolazione in generale».
Tanto tempo perso; fortunatamente i medici non hanno mai messo da parte il loro spirito d’iniziativa ed hanno insistito ad onorare l’impegno professionale assunto “di praticare la medicina intesa come insieme di scienze applicate che si fondano sui risultati della ricerca basata sul metodo sperimentale e sull’osservazione sistematica e pianificata” ed inoltre “esercitare la medicina in autonomia di giudizio senza accettare nessuna interferenza o indebito condizionamento”.
Sara Pacitto

Parole Chiave - Tags
IN EVIDENZA

.

SOCIAL
TOP NEWS