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FOCUS – Aldo Moro e Peppino Impastato, due grandi personalità con molto da insegnare a 43 anni dalla morte

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FOCUS – Aldo Moro e Peppino Impastato, due grandi personalità con molto da insegnare a 43 anni dalla morte
09 Maggio
17:46 2021

 

 

(di Anna Ammanniti) Ricorre oggi l’anniversario della morte di Aldo Moro e Peppino Impastato, due storie da ricordare, due grandi personalità che a distanza di 43 anni hanno ancora molto da insegnare.

Aldo Moro e Peppino Impastato hanno in comune la data di morte, il 9 maggio 1978. Due uomini che hanno fatto della loro vita, l’amore per la legalità, lasciando un’eredità alla quale dobbiamo guardare con attenzione. La mattina del 16 marzo 1978, il nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia. L’auto che trasportava Aldo Moro (presidente della Democrazia Cristiana) dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati, fu bloccata in via Mario Fani a Roma, da un nucleo armato delle Brigate Rosse. In pochi attimi i brigatisti uccisero i due carabinieri e i tre poliziotti della scorta di Moro e sequestrarono il presidente.

Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle stesse Brigate Rosse e dopo che queste ultime avevano chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Aldo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu ritrovato il 9 maggio in via Caetani a Roma, una traversa di via delle Botteghe Oscure, nel bagagliaio di una Renault 4. La foto del corpo senza vita di Aldo fece il giro del mondo e ancora oggi rappresenta il simbolo degli “anni di piombo”. Il caso Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra. Con il suo assassinio si chiuse definitivamente la stagione del “compromesso storico”. Il progetto di alleanza con il PCI non era ben visto dai partner internazionali dell’Italia. Negli anni precedenti la sua uccisione, Aldo Moro, che ricoprì la carica di Presidente del Consiglio per l’ultima volta dal 1974 al luglio 1976, cercò di fornire rassicurazioni a Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania Ovest sulla fedeltà dell’Italia all’Alleanza Atlantica anche in seguito a un eventuale ingresso del PCI al governo. Alle elezioni politiche del 1976 la DC raccolse il 38,71% dei voti, mentre il PCI di Enrico Berlinguer si fermò al 34,37%. I due partiti non furono mai così vicini prima di allora. Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, il Governo Andreotti ottenne la fiducia.

“Non basta dire, per avere la coscienza a posto: noi abbiamo un limite, noi siamo dei politici e la cosa più appropriata e garantita che noi possiamo fare è di lasciare libero corso alla giustizia, è fare in modo che un giudice, finalmente un vero giudice, possa emettere il suo verdetto.” Aldo Moro

Peppino (Giuseppe) Impastato, era un giornalista e attivista siciliano. Fu ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio 1978. Era nato a Cinisi, in provincia di Palermo il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa. Il padre Luigi era stato inviato al confine durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi. Il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella. Ancora giovane Peppino va via di casa e avvia un’attività politico-culturale anti mafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino “L’Idea socialista” e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1977 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale. Ucciso con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Forze dell’ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima. La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l’attentatore era un suicida. I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell’attentatore. Nel pomeriggio dell’11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto.
In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito. Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini. Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore». Peppino Impastato

A 43 anni da due omicidi che sconvolsero l’Italia e il mondo, Aldo Moro e Peppino Impastato rappresentano una finestra aperta dalla quale volgere lo sguardo alla speranza in un futuro “pulito”. Il rispetto delle istituzioni e dei valori democratici, l’impegno sociale e politico, il coraggio di ribellarsi alle proprie radici, il coraggio di denunciare la mafia.

Anna Ammanniti

 

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