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ESCLUSIVA Sora – “Il coraggio di parlarne”, la testimonianza di una donna che ha subìto abusi sessuali

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ESCLUSIVA Sora – “Il coraggio di parlarne”, la testimonianza di una donna che ha subìto abusi sessuali
17 Settembre
09:50 2020

 

 

 

(di Alessandro Andrelli) “Il coraggio di parlarne”. Ha voluto proprio lei dare il titolo alla sua lettera. Una donna di 30 anni, che oggi vive e lavora all’estero, ma che è cresciuta a Sora, dove torna per stare con la famiglia, ha raccontato alla nostra redazione la sua drammatica vicenda. L’ho incontrata personalmente nella nostra redazione, accompagnata dal suo avvocato. Negli occhi tanta voglia di far si che questa lettera fosse pubblicata, arrivasse al maggior numero possibile di donne, e fosse una testimonianza reale e tangibile degli abusi subiti da bambina, quando nell’ambito familiare l’allora compagno della madre per “gioco” segnò per sempre l’animo di una minorenne. La giustizia in questi casi non aiuta, si dice che siano “scaduti i termini di legge previsti”, come se ci dovesse essere un tempo limite per poter denunciare simili fatti. Per questione di privacy non c’è il nome della ragazza, ma i fatti sono veri, e ben noti anche alle forze dell’ordine. Ecco la drammatica testimonianza che riportiamo integralmente dalla lettera “Il coraggio di parlarne”.

“Abusi sessuali, violenze fisiche e verbali, abbandoni. Sono fonte di estrema sofferenza, veri e propri traumi sul piano fisico e psicologico. Non esiste storia peggiore o migliore di un’altra. Tutto dipende dalle capacità apprese o – nella migliore delle ipotesi – innate, di cui la persona abusata dispone per affrontarle.
Sebbene la mia storia sia lunga, contorta, e travagliata, potrebbe in qualche modo essere simile alle vostre. E se anche non lo fosse, potreste trovarvi dei punti in comune, traendone, lo spero, conforto e sprono per raccontarvi senza timore e vergogna.
Raccontarsi oggi, nel mondo della comunicazione veloce e, se si vuole, senza filtri, potrebbe sembrare quanto mai facile, ma le persone sono spesso restie al cambiamento. Accade nelle grandi città e in maniera ancora più visibile nelle piccole realtà di paese, come la mia, dove le comunicazioni interpersonali sono il più delle volte intrappolate in schemi comportamentali rigidi, fatti di preconcetti e di apparenza. I disagi familiari rimanevano e rimangono tutt’oggi, in famiglia perché era, ed è ancora, un tabù parlarne apertamente, senza paura dei giudizi altrui.
Che cosa potrebbero pensare, dire e fare i miei familiari, gli amici e la gente se solo sapessero?
Vi racconto brevemente la mia storia. Ho trent’anni, due lauree, un dottorato di ricerca e sono un’insegnante di yoga. Adesso, dopo più di quattordici anni di lavoro su me stessa, posso dire di essere più serena. Serena non lo sono mai stata negli anni precedenti a causa di abusi sessuale subiti, tra i sei e i dieci anni, dall’allora compagno di mia madre e dall’impossibilità di parlarne apertamente alla mia famiglia, date le difficoltà comunicative che abbiamo sempre avuto. Gli abusi mi erano stati posti come un “gioco”.
Solamente durante la mia adolescenza, con i primi rapporti sessuali, realizzai che quello chiamato “gioco” in realtà non lo era affatto. Iniziai a coltivare un dramma interiore, non sapevo che fare. Divenni irritabile, arrabbiata. Provai irragionevolmente un senso di grande vergogna per aver accettato un “gioco” del genere, per essere stata impotente nel rifiutare qualcosa che, io bambina, non sapevo minimamente cosa fosse.
Non avevo nemmeno considerato la possibilità di parlarne. Con chi, e perché poi, confidarsi?
In quel momento arrivai alla conclusione che sarebbe stato meglio tenere la mia storia per me, e così provai ad ignorarla. Con il passare del tempo mi resi conto, però, che quel “gioco” stava interferendo eccome nei miei rapporti personali, creandomi un vero trauma. Provai a confidare il dolore che cresceva in me come un demone silenzioso agli amici più intimi, ma loro, adolescenti e ingenui quanto me, si mostrarono incapaci di relazionarsi con quanto avvenuto. A diciassette anni decisi di rivolgermi ad una figura dei servizi sociali della mia stessa città, Sora, la quale però, non essendo esperta di queste problematiche, non seppe indicarmi via d’uscita. Tuttavia, ci tenne a suggerirmi di agire con cautela, aggiungendo che nella nostra piccola realtà tutti si conoscono e, pertanto, avrei potuto subire delle ritorsioni. Il mio abusatore, tra le altre cose, era uno stimato professionista della mia città che per giuramento avrebbe dovuto “attenersi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona”.
Un anno dopo arrivai alla conclusione che avevo bisogno di uno psicoterapeuta. Mi rivolsi a mia madre, senza raccontarle però cosa mi fosse accaduto. Lei mi indicò uno psichiatra suo amico, al quale raccontai la storia nei minimi dettagli. Gli dissi che avrei voluto agire per vie legali contro l’uomo, che il fatto mi causava sofferenza da diverso tempo e che non sapevo cosa fare. Lo psichiatra, amico di famiglia, e quindi anche del mio abusatore, mi rispose che era il caso di aspettare e vedere come si sarebbe evoluta la situazione, suggerendomi di non farne parola, né con la mia famiglia né con nessun altro.
Finita la sessione non mi chiese di fissare un altro appuntamento. Io del resto, non sentendomi compresa, non chiesi di vederlo ulteriormente e quando si interfacciò con mia madre le disse che non c’era da preoccuparsi e che ero una ragazza forte. Successivamente mi spostai nella capitale per seguire gli studi universitari. In quel periodo decisi di rivolgermi ad associazioni antiviolenza collocate tra Frosinone e Roma. Ottenni un colloquio con una legale esperta, la quale, dispiaciuta, mi informò che legalmente non potevo denunciare  in Italia un abuso accaduto più di dodici anni prima. Era troppo tardi. Se solo avessi parlato prima!
A quel punto mi sentii ancora più sconfitta e scoraggiata per non essere stata in grado di fare niente nel momento in cui potevo. Andai avanti con la mia vita, partii per l’estero dove ottenni il titolo di dottore di ricerca. Fu in quel periodo che, grazie alla lontananza dalla mia città natale e dai rigidi schemi di apparenza in cui ero cresciuta, realizzai che dovevo raccontare tutto alla mia famiglia. Mio padre era morto qualche anno prima, ne parlai inizialmente con mio fratello e pochi mesi dopo, con grande
difficoltà, lo raccontai anche a mia madre. Finalmente ne ebbi il coraggio, ci vollero dieci anni. Ci consultammo con l’avvocato di famiglia. Quest’ultimo mi consigliò di iniziare un percorso psicoterapeutico per superare il disagio emotivo che mi comportava raccontare la mia storia, disagio aggravato da fatto che la giustizia italiana non aiuta i casi come il mio ma, al contrario, li rende ancora più tormentati. Ho iniziato un percorso terapeutico che ormai dura da due anni e mezzo. Mi è stato diagnosticato un disordine post-traumatico da stress complesso.
Mi spaventa atrocemente il fatto che colui che ha abusato di me abbia potuto circolare liberamente per tutti questi anni e mietere altre vittime. Studi scientifici, infatti, rivelano che persone come lui non smettono mai di abusare nella loro vita.
Ho deciso di raccontare la mia storia per soddisfare il mio bisogno di giustizia, che per me vuol dire parlarne liberamente, senza paura e senza vergogna. La mia giustizia sarà anche quella di sapere che nessuno possa più fare ciò che quell’uomo ha fatto a me. È anche quella di avere la speranza che chi si trova in condizioni simili alle mie abbia la forza per reagire prontamente e denunciare l’abuso senza indugio. Apritevi, parlate, confidatevi, chiedete molteplici aiuti e lottate contro le ingiustizie. Se qualcuno abusa di te o di un tuo caro potrebbe abusare di qualcun altro. Dobbiamo fermare i mostri in questa società, per noi stessi e per i nostri figli.
Sconfiggi la vergogna e la paura. Se ti senti solo ricorda che la forza sei tu.
Non lasciare gli abusi impuniti”.

La redazione di Tg24, le forze dell’ordine e le associazioni che da anni lottano per le violenze su minori e sulle donne sono sempre pronte a raccogliere le denunce e le testimonianze di simili gesti. Bisogna avere coraggio di parlarne, perché questi fatti non accadano più.

Alessandro Andrelli

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