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Editoriale – Ogni 72 ore una donna viene uccisa, cosa c’è da festeggiare?

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Editoriale – Ogni 72 ore una donna viene uccisa, cosa c’è da festeggiare?
08 Marzo
19:38 2019
(di Anna Ammanniti) L’8 marzo si festeggia la donna e attraverso la tradizionale festa, migliaia di donne si sentono “finalmente importanti”. Questo già la dice lunga, se nell’ambito di 365 giorni c’è la necessità di individuare un giorno per celebrare la donna, esiste un serio problema.

Esiste infatti la festa dell’uomo? No, non ce n’è bisogno, quindi per essere considerate finalmente concretamente “alla pari” bisognerebbe abrogare la festa della donna e magari lasciare la commemorazione di quello che fu una grande disgrazia, l’incendio della fabbrica in cui persero la vita centinaia di donne. Dell’incendio nello stabilimento di camicie esistono diverse versioni, la più accreditata è quella in cui si racconta nel 25 marzo del 1911, cinquecento donne, più un centinaio di uomini stavano lavorando in un palazzone di Washington Place a New York, una fabbrica che occupava gli ultimi tre piani dell’edificio. Le donne lavoravano sessanta ore la settimana più gli straordinari imposti e poco pagati. “La sorveglianza sul lavoro era feroce ed era esercitata da “caporali” esterni che sorvegliavano e retribuivano le ragazze imponendo loro ritmi massacranti, che spesso erano origine di incidenti durante le ore lavorative. Gli ingressi erano chiusi a chiave per impedire alle lavoranti di lasciare il proprio posto di lavoro, anche per pochi minuti. Diritti zero, sicurezza inesistente. Erano le 16.40 quando per cause accidentali si propagò l’incendio che a partire dall’ottavo piano lambì subito il nono e poi devastò il decimo. Alcune donne riuscirono a scendere lungo la scala anti incendio ma presto crollò sotto il peso di tante disperate preda del terrore.” Le operaie dovettero salire al decimo piano ma anche lì arrivò il fuoco e quel giorno passò alla storia.

Oggi è la festa della donna, ma cosa c’è da festeggiare se ogni attimo nel mondo muoiono ammazzate, violentate decine di donne? Ogni attimo centinaia di donne nel mondo vengono umiliate, mortificate, oltraggiate. Fino a quando ci saranno donne uccise per mano di un uomo, non ci sarà nulla da festeggiare.  Secondo una statistica svolta da Eu.r.e.s Ricerche Economiche e Sociali,  dall’1 gennaio al 31 ottobre 2018, in Italia i femminicidi sono saliti al 37,6 per cento rispetto al 2017. I dati mostrano che le violenze avvengono in famiglia e in coppia. Tra il 2000 e i primi dieci mesi del 2018 le donne uccise sono state 3.100, una media di più di tre a settimana. E in quasi tre casi su quattro si è trattato di donne uccise per mano di un parente, di un partner o di un ex partner.

Definirei la festa della donna una “festa misogina”, una festa nata per far sentire il gentil sesso per 24 ore considerate, perché parliamoci chiaro se le donne fossero considerate a pari dell’uomo, non ci sarebbe il bisogno impellente di festeggiarle l’8 marzo. Dovrebbe allora celebrarsi la festa del bambino, dello studente, dell’operaio, dell’insegnante e così via… Non sarà un rametto di minose a farci sentire uguali! Usciremo da questa mentalità primitiva solo andando oltre la festa della donna, una festa dove centinaia di donne questa sera, riunite intorno a un tavolo, “sbaveranno” dinnanzi a uno strip tease di un uomo; la serata in cui vivranno gli eccessi della “libertà vigilata”, di cui molto probabilmente si vergogneranno domani mattina. Dimostriamo che siamo alla pari, non occorre l’8 marzo per sentirsi donna, essere donna richiede coraggio sempre, è una perenne sfida e non deve essere barattato con nessun compromesso.

Oggi non c’è nulla da festeggiare e non ci sarà da esultare fino a quando le donne dovranno andare in giro coperte dalla testa ai piedi, fino a quando dovranno nascondersi dentro abiti maschili per avere salva la vita, per avere rispetto, stima e considerazione. Le Burrneshe, “le Vergine Giurate” albanesi sono donne costrette a diventare uomini. Nascere tutte donne nell’ambito di un nucleo familiare è una maledizione in alcune zone del mondo e quindi almeno una donna di loro deve prendere le sembianze di uomo. Rinunciare ad essere donna per non cedere al ricatto dei matrimoni combinati, fuggire al dominio maschile e non subirne l’autorità. Oggi in Albania si contano ancora duecento Burrneshe.

Oggi è l’occasione per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma non solo, anche le discriminazioni e le violenze subite ogni giorno dalle donne in tutte le parti del mondo. La donna vive ancora oggi nella società, una posizione di inferiorità. Fonti Onu si augurano che nel mondo sia raggiunta l’effettiva parità di genere entro il 2030. Donne stasera non abbiamo nulla da dimostrare. Siamo vita e doniamo vita, se vogliamo uscire dal circolo vizioso della dipendenza maschile, bisogna solo iniziare a denunciare i propri aguzzini e pretendere rispetto. Solo dopo aver raggiunto questo traguardo si potrà dire: andiamo a festeggiare!

Anna Ammanniti

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