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Editoriale – Dal treno della vergogna al Magazzino n.18, per non dimenticare le vittime delle foibe

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Editoriale – Dal treno della vergogna al Magazzino n.18, per non dimenticare le vittime delle foibe
10 Febbraio
20:30 2019
(di Anna Ammanniti) Oggi è il Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo. Il ricordo degli eccidi a danno della popolazione italiana della Venezia Giulia della Dalmazia, avvenuti durante il secondo conflitto mondiale e negli anni a seguire. Massacri perpetrati dai comunisti partigiani jugoslavi, ai quali seguì l’esodo dalmata – giuliano dalle terre occupate dal maresciallo Tito.

Ma cosa furono i massacri delle foibe? Una pagina di storia avvolta nel mistero per quasi 60 anni, coperta dal muro del silenzio, un pezzo di storia fatta di episodi sanguinosi voluti dimenticare, una tragedia avvolta nell’oblio per troppi anni. Storie di uomini, donne e bambini torturati, assassinati e gettati nelle foibe, dalle milizie della Jugoslavia di Tito. Storie di italiani costretti a lasciare le proprie terre, le proprie origini e scappare in massa dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Il ricordo di quanto orrenda può essere l’azione dell’uomo malvagio, acciecato dal potere e dalla mania di grandezza, il ricordo dello sterminio italiano, rimasto per troppo tempo all’oscuro, rinchiuso ermeticamente come in una grande scatola, per impedire che ne venisse fuori tutta la tragicità. Ma sollevando il coperchio è emersa quella tacita complicità, il dramma delle terre italiane dell’est. Tutti hanno potuto finalmente conoscere le sofferenze subite dagli abitanti della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Il 10 febbraio è stato scelto a partire dal 2005 dal Parlamento italiano come il “Giorno del Ricordo”, in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli costretti ad abbandonare le loro case dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, a seguito della sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Il ricordo di quelle tragiche esecuzioni, fatte dai partigiani comunisti del maresciallo Tito; nelle foibe gettarono migliaia di persone “colpevoli di essere italiane, fasciste o contrarie al regime comunista.” Le foibe sono grotte carsiche con un ingresso a strapiombo, dove il maresciallo Tito fece gettare tra il 1943 e il 1945, più di 3 mila italiani, il totale complessivo delle vittime fu di 80mila. La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato quei territori; furono torturati e gettati nelle foibe. Dopo il crollo del Terzo Reich l’obiettivo di Tito era l’occupazione dei territori italiani e nel 1945 occupò l’Istria impadronendosi di Fiume, massacrando con terribili esecuzioni gli italiani: furono gettati nelle foibe o deportarti nei campi di concentramento sloveni e croati. Tra il 1943 e il 1947 le vittime italiane furono almeno 20 mila. Nel 1945 finirono in foiba i carabinieri, i poliziotti e i finanzieri, i militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, schierati poi sugli argini delle foibe. Si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze incredibili. Nel 1947 si svolse un episodio che passò alla storia come il TRENO DELLA VERGOGNA. Arrivarono ad Ancona alcuni esuli da Pola, dove vennero accolti con ostilità. Vi era la convinzione che gli esuli erano fascisti in fuga dal regime di Tito. In realtà ciò che stava succedendo dall’altra parte dell’Adriatico, non era molto chiaro, non si era a conoscenza delle atrocità consumate e delle vittime gettate nelle foibe. Moltissimi fra gli esuli non avevano mai appoggiato il fascismo, ma erano apertamente antifascisti, cattolici o ex partigiani. Da Ancona gli esuli partirono su un treno per Bologna. Una volta arrivati in stazione, i ferrovieri si misero in sciopero, considerando quel convoglio il treno dei fascisti. I passeggeri vennero lasciati senza cibo, impossibilitati a scendere dal treno.

Il maresciallo Tito aveva in mente un grande progetto: ripulire la Venezia Giulia e la Dalmazia dagli italiani. Tito fece internare nel campo di concentramento di Borovnica, soldati italiani e moltissimi sloveni. Borovnica diventò uno dei simboli della follia umana, dell’odio e del disprezzo e il popolo istriano, decise di abbandonare la propria terra. Lì non era più possibile vivere, i partigiani jugoslavi si erano messi a eliminare gli italiani. Partirono lasciando le loro case e le loro terre, i profughi arrivarono in Italia con i loro dolori, i loro fantasmi, i loro ricordi. Arrivarono a Trieste, ma trovarono una città, una nazione, piegata dalla guerra. Si imbarcarono per l’America e l’Australia, in cerca di un luogo in cui ricominciare a vivere e dimenticare gli orrori vissuti. Lasciarono lì le loro fotografie, i loro mobili. Lasciarono  i loro averi, lasciarono il loro passato nel Magazzino 18, il custode della memoria dell’esodo istriano.

Anna Ammanniti

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