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Testata Giornalistica Telematica n.1/12

Alvito – Insegnare in carcere ai tempi del Coronavirus, un’esperienza unica di crescita umana

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Alvito – Insegnare in carcere ai tempi del Coronavirus, un’esperienza unica di crescita umana
11 Luglio
11:02 2020

 

 

 

Insegnare in carcere ai tempi del Coronavirus può essere un’esperienza di vita unica, dove la sensibilità e l’apertura mentale fanno la differenza. Un’importante crescita personale, più che professionale, in tal senso, è quella acquisita nei mesi scorsi dalla professoressa Corinna Fantozzi di Alvito che ha voluto raccontare la sua storia di insegnante nell’Istituto Agrario della Casa Circondariale di Velletri.

“La mia crescita come persona e come docente è avvenuta principalmente in quella sede carceraria – ha spiegato la prof nella sua emozionante testimonianza – dove ciò che ho ricevuto da quei ragazzi, i miei studenti, in termini umani, è senz’altro maggiore rispetto a ciò che sono riuscita a dar loro in termini formativi. Il piazzale della Casa Circondariale era pieno di automobili, era giorno di colloqui. Il cancello perennemente chiuso, si apriva al momento e si chiudeva subiti dopo alle tue spalle. All’ingresso si facevano mille controlli: documenti, numero di pass, motivo della visita, corso, classe. Una mattina mi hanno scambiata per una parente in visita, forse per via del mio abbigliamento informale. Bisognava lasciare tutto nella cassetta di sicurezza, tranne l’agenda, i libri, gli appunti e la penna, rigorosamente bic trasparente. Io, contravvenendo alle regole, ne portavo sempre tre o quattro, perché in carcere non hanno neanche quelle. Così distribuivo penne a chi non le aveva, prima di iniziare la mia noiosa lezione. E poi il 4 marzo abbiamo appreso la notizia che per disposizione del Presidente del Consiglio dei Ministri, dal 5 marzo fino a data da destinarsi, le lezioni si sarebbero interrotte. E adesso cosa accadrà? Non ci rivedremo più se la cosa dovesse protrarsi, perché entrare in un carcere non è così semplice, a meno che tu non commetta un grave reato – ha sottolineato la prof Corinna nel suo racconto -. Entrare in un carcere come insegnante ti fa sentire a volte inadeguato, poiché percepisci il loro estremo bisogno di sentirsi accettati, compresi, considerati. Dopo tanto riuscimmo a raggiungerli tramite la didattica a distanza in sincrono e così quel desiderio di rivedere i miei studenti si avverò. Sapere che stavano tutti benone mi era di conforto, così come sapere che nel frattempo qualcuno era uscito per termine della pena. Qualcun’altro invece era finito in ospedale perché aveva scoperto di avere il cancro. Con la didattica a distanza si entrava in carcere tramite un link, ma la sensazione forte che si percepiva era di essere sorvegliati. Ci si guardava attraverso un monitor. Avresti voluto chiedere tante cose, come facevamo in presenza, ma ci spiavano. Ero diventata un robot: spiegazioni sterili su quell’UDA da concludere per acquisire le conoscenze e competenze. Ma in carcere non è sufficiente. Ci sono situazioni umane che hanno la precedenza sugli argomenti in programma. E se dal vivo riuscivo a comunicare tramite un gesto, uno sguardo, un sorriso, con la didattica a distanza questo non era possibile. Chi insegna in carcere lo sa bene: lì non si fa lezione, ma soprattutto si parla di noi. Si parla velatamente di noi, del presente, del passato, degli errori e di quanto sia sprecato il tempo trascorso dentro quelle mura e di quanto sia prezioso parlare con qualcuno che dentro ha avuto la fortuna di non finirci. Le ore di lezione rappresentavano una parentesi tra me e loro, tra libertà e confinamento, tanto da sentirmi a volte in colpa quando al termine della lezione, salutavo e andavo via lasciandoli lì. Ebbene sì, sarei voluta rimanere per non sentirmi diversa da loro. E così, dopo quel 5 marzo, qualcosa è cambiato. Il nuovo DPCM ci imponeva di restare a casa. Ci imponeva di non uscire proprio come i miei alunni. Conoscevo bene quella sensazione, l’avevo vissuta attraverso loro. Non mi pesava quindi, non mi angosciava. Quella porta di casa chiusa alle mie spalle era per me un déja-vu. Come si sopravvive ad un lockdown? Insegnando in carcere. Ecco come si fa!” Una testimonianza davvero accorata e coinvolgente quella di Corinna Fantozzi che ha voluto farci partecipi di uno scambio particolare tra insegnante e studente, facendo riflettere tutti su un punto rivelatore durante l’emergenza: a volte il vero confinamento è soltanto interiore.

Caterina Paglia

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